Webinar con Francesca Albanese
Mer, 26 marzo 2025
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Dall’intervento di Francesca Albanese: 10 parole chiave
1. Colonialismo
Il colonialismo è un processo storico che ha plasmato il mondo per oltre 500 anni, con l’Europa come protagonista principale. A partire dalla cosiddetta “scoperta” dell’America, gli Stati europei hanno esercitato un dominio globale attraverso l’appropriazione di terre e risorse, la diffusione forzata della religione cristiana e l’uso della violenza militare. Questo sistema ha prodotto un’eredità di ingiustizie e disuguaglianze che ancora oggi influenzano le strutture economiche, politiche e giuridiche del mondo contemporaneo. Manca una consapevolezza critica sul colonialismo nel sistema educativo. Solo negli ultimi vent’anni, scuole e università hanno iniziato a promuovere studi decoloniali, analizzando come il diritto, la medicina, l’architettura e altre discipline siano state plasmate dalle logiche di dominio coloniale. In questo contesto, si sottolinea il ruolo del diritto internazionale non solo come strumento di regolamentazione tra Stati, ma anche come mezzo attraverso cui le potenze coloniali hanno imposto la loro supremazia sugli altri popoli. Il colonialismo non è un fenomeno relegato al passato, ma persiste in forme moderne, tra cui l’occupazione della Palestina, che ripropone schemi di espropriazione, discriminazione e dominio tipici dell’epoca coloniale che bisogna saper decodificare tramite lo studio critico della storia.2. Antisemitismo
L’antisemitismo è la discriminazione nei confronti degli ebrei in quanto tali, un fenomeno strutturale della storia europea culminato nell’Olocausto. L’odio verso gli ebrei era radicato nella cultura occidentale ben prima dell’ascesa del nazismo, attraverso persecuzioni, ghetti e discriminazioni sistematiche. Il genocidio degli ebrei non è stato solo l’Olocausto, ma anche la ghettizzazione nelle nostre città, dove erano considerati alla stregua di animali. L’Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale, ha mandato a morte circa 50.000 ebrei, dopo che le leggi razziali espulsero gli ebrei da molte delle professioni civili. Il termine antisemitismo viene strumentalizzato nel dibattito contemporaneo: chi critica le politiche dello Stato di Israele nei confronti della Palestina viene spesso accusato di antisemitismo in modo ingiusto. Bisogna distinguere nettamente tra il diritto alla critica politica e l’odio razziale e denunciare il fatto che questa confusione venga utilizzata per silenziare il dissenso.3. Palestina
Prima del 1947 la Palestina fu una terra abitata da una popolazione multietnica e multireligiosa: circa il 10% era composto da ebrei palestinesi, il 20% da cristiani e il 70% da musulmani. Queste comunità vivevano in relativa armonia fino all’affermazione del sionismo europeo, che promuoveva la creazione di uno Stato ebraico indipendente e il trasferimento di massa degli ebrei in terra di Palestina. Nel 1947, l’ONU decise di dividere la Palestina, assegnando il 55% del territorio a uno Stato ebraico e il 45% a uno Stato arabo, nonostante gli ebrei possedessero solo il 6% della terra. Questa decisione provocò forti resistenze da parte della popolazione palestinese e portò a una guerra (tra britannici, arabi e ebrei europei, le cui armi furono consegnate dall’Europa denazificata), in seguito alla quale circa 750.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case, in un evento epocale al quale i palestinesi si riferiscono col nome di Nakba (la catastrofe). Negli anni successivi, il popolo palestinese in esilio si ricompatta progressivamente.4. Occupazione militare
Nel 1967, Israele occupa militarmente i territori palestinesi della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est, scacciando 350.000 palestinesi che si spostano soprattutto in Giordania e in Egitto. Questa occupazione militare, che dura da 57 anni, è caratterizzata da un sistema di controllo capillare, con check-point militari, insediamenti coloniali, sfratti forzati e illegali, restrizioni alla libertà di movimento. All’inizio degli anni Novanta è iniziato un processo di pace: sono iniziati i negoziati per il riconoscimento dei due stati, ma nel frattempo Israele continuava a costruire colonie e Gaza è stata isolata rispetto al resto della Palestina. Nelle elezioni del 2006, considerate le più trasparenti mai avvenute in Medio Oriente, vince Hamas. I paesi occidentali non riconoscono il voto, inizia una lotta intestina tra i palestinesi (Fatah e Hamas). Hamas si è ritirata a Gaza – dove ha compiuto crimini efferati contro i palestinesi. Dal 2007 Israele chiude completamente Gaza: la Striscia vive da quel momento in una fase di blocco totale. Tutto quello che Israele fa in territorio palestinese occupato è illegale secondo il diritto internazionale, ma viene portato avanti con il supporto implicito della comunità internazionale. Inoltre, l’occupazione si accompagna a una sistematica repressione della popolazione palestinese, con arresti arbitrari, demolizioni di case e violazioni dei diritti umani.5. Diritto internazionale
Bisogna denunciare la sistematica violazione del diritto internazionale da parte di Israele. Le leggi internazionali vietano l’occupazione militare prolungata, la costruzione di insediamenti nei territori occupati e le punizioni collettive come il blocco imposto a Gaza. Queste misure sono finalizzate a cacciare la popolazione indigena: è il ritorno del colonialismo. Il diritto internazionale è chiaro rispetto agli obblighi di Israele nei confronti dei palestinesi, tuttavia questi principi vengono costantemente ignorati a causa dell’inerzia della comunità internazionale e del sostegno politico e militare fornito a Israele da molti Paesi occidentali. È necessario rispettare il diritto internazionale come strumento per garantire giustizia e porre fine all’oppressione dei palestinesi.6. Apartheid
Il movimento dei diritti umani denuncia l’applicazione da parte di Israele di un sistema di apartheid nei confronti dei palestinesi, imponendo loro un regime di segregazione simile a quello sudafricano. I palestinesi sono sottoposti a segregazione: leggi discriminatorie, razziali, limitazioni alla libertà di movimento e privazioni di diritti fondamentali. Anche la popolazione arabo-palestinese nei confini dello stato di Israele è sottoposta a un regime discriminatorio, senza cittadinanza e trattata come nemica. La presenza di colonie israeliane, il muro di separazione e le diverse legislazioni applicate a israeliani e palestinesi dimostrano l’esistenza di un sistema di separazione istituzionalizzata, che la comunità internazionale dovrebbe condannare con forza.7. Autodeterminazione
Il diritto all’autodeterminazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, che garantisce ai popoli il diritto di esistere in quanto popolo e di esistere come entità politica autonoma. I paesi occidentali hanno spinto per la soluzione dei due stati ma nonostante ciò e nonostante il fatto che molti Paesi abbiano riconosciuto lo Stato di Palestina, le principali potenze occidentali si rifiutano di farlo.Il diritto all’autodeterminazione dello stato palestinese si realizza nella forma di uno stato di Palestina indipendente oppure Israele deve garantire il diritto di cittadinanza a tutti.8. Resistenza
La resistenza palestinese è una risposta legittima all’occupazione militare e alla negazione dei diritti fondamentali. Il diritto internazionale riconosce il diritto dei popoli occupati alla resistenza, ma impone limiti chiari, come il divieto di colpire civili. Gli israeliani si trovano in una condizione di pericolo proprio perché occupano illegalmente il territorio palestinese, quindi il diritto internazionale obbliga Israele ad andarsene da quei territori. Anche di fronte agli attacchi del 7 ottobre, il diritto impedisce a Israele di rispondere con i bombardamenti perché la guerra si può usare solo fra stati e non nei confronti dei popoli. La narrativa dominante criminalizza ogni forma legittima di resistenza palestinese, mentre legittima la violenza sistematica dell’occupazione israeliana.9. Tensione tra diritto e politica
Un enorme problema che le nuove generazioni devono affrontare è il conflitto tra il diritto internazionale e le scelte politiche degli Stati. Mentre il diritto impone il rispetto dei diritti umani e la fine dell’occupazione, la politica internazionale continua a proteggere Israele. Tuttavia, le mobilitazioni studentesche e le proteste globali dimostrano che le nuove generazioni sono sempre più consapevoli delle ingiustizie perpetrate e invocano un radicale cambiamento.10. Genocidio
Il genocidio non è un crimine impossibile da provare, dovrebbe essere un crimine impossibile da commettere con tutti gli strumenti che abbiamo oggi. Il termine genocidio è stato coniato da un giurista ebreo dopo l’Olocausto, per il quale l’Olocausto stesso era la riproduzione di tecniche di sterminio usate dall’Europa nei paesi colonizzati. Il genocidio è la distruzione sistematica di un gruppo etnico, nazionale o religioso. Le azioni di Israele a Gaza rientrano in questa definizione – lo provano, tra le altre cose, il linguaggio utilizzato dai leader israeliani e le condizioni imposte alla popolazione palestinese. Il genocidio a Gaza non è l’unico, ma è il più grave tra i casi di operazione di genocidio in corso nel mondo perché tutti ne hanno testimonianza nei propri telefonini e perché i nostri governi stanno sostenendo militarmente e politicamente l’operazione israeliana in Palestina. Tra Palestina e Israele non è una guerra, è una forma di scontro coloniale: non ci sono due eserciti, non ci sono due stati. C’è un popolo che ha commesso sicuramente violenza, ma ne commetterà ancora se non si rimuove la causa prima di tale violenza, che è l’oppressione, l’occupazione militare e il sistema di apartheid. Israele vuole sfollare quello che rimane della Palestina: questo è genocidio.Il 26 marzo 2025 la relatrice speciale delle Nazioni Unite per il territorio palestinese occupato, Francesca Albanese, ha incontrato più di 3000 studenti in tutta Italia (una media di 180 classi partecipanti), introducendo la questione palestinese da un punto di vista storico, culturale e rispondendo con grande professionalità e disponibilità alle tante domande inviate dagli studenti stessi.
Dopo una breve presentazione della sua formazione come figura professionale, delle sue esperienze in campo di migrazione e diritti umani, ha tracciato un quadro storico della questione palestinese per far capire ai ragazzi il contesto storico, sociale e culturale di riferimento. Questa introduzione è stata necessaria alla comprensione tanto delle parole chiave sulle quali ha strutturato il suo stimolante intervento, quanto sull’approccio critico essenziale per una corretta conoscenza dell’argomento.
Bibliografia
- Francesca Albanese, Palestinian Refugees in International Law
- Francesca Albanese, Inside, quando il mondo non dorme
- Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina
- Menachem Klein, Lives in Common
- Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem
- Frantz Fanon, I dannati della terra
- Antony Loewenstein, Laboratorio Palestina
- Samah Jabr, Sumud. Resistere all’oppressione
Sitografia
- https://bdsitalia.org
- https://forensic-architecture.org
- https://www.instagram.com/laboratorioebraicoantirazzista
- https://www.breakingthesilence.org.il
Filmografia
- Farah Nabulsi, The present (2020)
- Farah Nabulsi, The teacher (2023)
- Rakan Mayasi, The key (2023)
- Bruno Sorrentino, Rooted in the West Bank (2024)
- Erin Axelman e Sam Eilertsen, Israelism (2023)
- Basel Andra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdal Ballal, No Other Land (2024)