di Wi’am Quidaih.
Trama. Wi’am Qudaih è una studentessa di 19 anni della Striscia di Gaza. Durante l’assedio israeliano scrive il suo diario in cui la vita passata e quella presente si intrecciano, tra la vita e il genocidio.
Temi. Autobiografia, resistenza, genocidio
Livello. Biennio e triennio
a cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti.
Trama. La poesia come atto di resistenza e salvezza: 32 poesie di autori palestinesi raccolte in questo volume, in gran parte scritte a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, in condizioni di estrema precarietà: poco prima di essere uccisi dai bombardamenti, come ultima preghiera o testamento poetico (Abu Nada, Alareer), mentre si è costretti ad abbandonare la propria casa per fuggire (al-Ghazali), oppure da una tenda, in un campo profughi dove si muore di freddo e di bombe (Elqedra).
Temi. Vita quotidiana, Resistenza, genocidio, occupazione, precarietà della vita
Livello. Biennio e triennio
di Taghreed Najjar
Trama. Yusra ha 15 anni e vive a Gaza, dove la famiglia ha subito due tragedie: il fratello Seleh è stato ucciso da un bombardamento israeliano e il padre, in seguito a un incidente, è costretto su una sedia a rotelle. Yusra decide di portare avanti l’attività di pesca del padre, diventando la prima pescatrice di Gaza. La storia si ispira a Madleen Kulab.
Temi. Occupazione – Resistenza
Livello. Biennio e triennio
di Susan Abulhawa
Trama. La storia di una famiglia palestinese che subisce la Nakba. In parallelo, la storia di una famiglia israeliana.
Temi. Nakba – deportazione – famiglia
Livello. Triennio
di Taghreed Najjar
Trama. di Taghreed Najjar
Nel secondo romanzo di Taghreed Najjar pubblicato nel nostro paese, scopriamo il delicato legame
intergenerazonale tra la nonna Leila, stimata docente universitaria a Chicago, e sua nipote Arwa, giovane
neodiplomata che si affaccia al futuro. Tutto ha inizio da un desiderio innocente: la piccola Nada, nipote
minore di Leila, resta affascinata da una vecchia fotografia di famiglia in bianco e nero e inizia a desiderare
una bambola identica a quella che la nonna stringeva tra le braccia da bambina.
Ciò che sembrava un semplice capriccio infantile si trasforma, grazie a un’incredibile coincidenza del
destino, in un viaggio a ritroso nel tempo. Mentre aiuta la nonna a setacciare il web alla ricerca di un
giocattolo simile, Arwa si imbatte in un annuncio sorprendente: finisce per acquistare non una bambola
simile, ma proprio quella originale di Leila. A confermare l’identità dell’oggetto è un dettaglio
inconfondibile nascosto tra le pieghe del vestitino: il nome “Sally”, ricamato con cura in caratteri arabi
proprio dalla piccola Leila molti decenni prima. Recuperare quel pezzo di cuore e restituirlo alla nonna
diventa per Arwa una missione imprescindibile, che darà il via a una vera e propria indagine per ricostruire
l’incredibile odissea compiuta da Sally per giungere da Giaffa fino a Chicago.
Questa ricerca non è però solo un’investigazione materiale; per Arwa rappresenta un profondo percorso di
introspezione. La giovane si trova infatti a vivere il conflitto tipico di chi è sospeso tra due mondi: da un lato
le radici libanesi e palestinesi, dall’altro la cultura americana in cui è cresciuta. Seguendo le tracce della
bambola, Arwa finisce per scavare nella memoria dolorosa della sua famiglia, arrivando finalmente a fare i
conti con la tragica perdita del padre, avvenuta durante l’invasione israeliana di Beirut prima ancora che lei
nascesse.
Mentre le vite di nonna e nipote si intrecciano nel presente, il racconto ci riporta ai giorni di Leila a Giaffa,
seguendo la sua fuga forzata verso Beirut e il successivo approdo negli Stati Uniti, dove lei e il marito hanno
costruito una nuova vita da cittadini naturalizzati. Il passato, tuttavia, irrompe prepotentemente nel presente
quando Arwa riesce a rintracciare il nipote della seconda proprietaria della bambola. Chi è stata la bambina
che ha amato Sally dopo che la famiglia di Leila è stata costretta all’esilio? Attraverso uno scambio di mail
cariche di emozione, i ricordi d’infanzia riemergono vividi, permettendo ad Arwa di trovare, finalmente, il
suo posto nel mondo tra memoria e speranza.
Come accade in molti racconti della diaspora palestinese, il cerchio della narrazione si chiude con un ritorno
fisico e simbolico: Leila, accompagnata dalla nipote Arwa, decide finalmente di rimettere piede a Giaffa. A
spingerla verso questo viaggio, dopo una vita trascorsa lontano, è il successo del libro nato dal ritrovamento
di Sally, che sta per essere trasformato in documentario. Quella che era iniziata come una piccola indagine
privata è diventata una testimonianza pubblica, un ponte che riporta l’anziana donna verso la sua terra
d’origine.
Tuttavia, l’epilogo del romanzo è venato da una profonda amarezza. Sebbene i sentimenti dei singoli e la
forza dei legami umani siano al centro del libro, la Storia si fa sentire con tutta la sua durezza e violenza. Il
momento del ritorno è carico di una tensione emotiva travolgente. Quando Leila si ritrova di fronte alla sua
casa d’infanzia, le parole sembrano mancare; spinta da un impulso che attraversa i decenni, varca il cancello
sentendo, nel profondo, che quel luogo le appartiene ancora. L’impatto con la realtà è brutale: la casa che ha
abitato i suoi sogni per tutta la vita non coincide più con la verità del presente. In questo scontro tra il ricordo
di bambina e la durezza dell’oggi, il romanzo si chiude con una riflessione potente sull’identità, sulla perdita
e sulla complessa bellezza del restare fedeli alle proprie radici.
Temi. Diaspora. Nakba. Occupazione.
Livello. Biennio
di Randa Ghazy
Trama. La guerra, la violenza, la paura. Ma anche le risate, l’amore, l’amicizia. Palestina, oggi. Un piccolo gruppo di amici – da Ualid, ragazzino di strada, a Ibrahim il pacifista – ha deciso di vivere insieme il tempo difficile delle rappresaglie, degli uomini- bomba, dei rastrellamenti. Ma si può vivere una vita normale, e sorridere, e scherzare, quando ogni giorno potrebbe essere l’ultimo?
Temi. Occupazione – libertà – resistenza
Livello. Biennio e triennio
di Susan Abulhawa
Trama. Nahr si trova nel Cubo, una stanza di massima sicurezza nel carcere israeliano, accusata di terrorismo. Ripercorre le tappe della sua vita tra Palestina, Giordania e Kuwait.
Temi. Resistenza – occupazione – violenza sessuale
Livello. Quinto ann
di Francesca Albanese con Christian Elia
Trama. Testimonianze e spiegazioni da parte della relatrice ONU sui Territori occupati di Palestina e Gaza.
Temi. Occupazione – sionismo – Hamas – Resistenza – Apartheid
Livello. Triennio
Di Sirin Hussein Shadid
“Ho scoperto che i ricordi più felici sono di luoghi e non di persone. Dopo tutto le persone muoiono portando con sé una parte di noi, i luoghi no, loro vivono per sempre…”
Così scrive Sirin Husseini Shahid in “Memorie di Gerusalemme” tradotto in italiano da Marco Ammar e pubblicato nel 2022 da Edizioni Q.
Il romanzo “Jerusalem Memories” uscì per la prima volta nel 1999 con la prefazione di Edward W. Said.
L’autrice scelse di scriverlo in inglese per trasmettere a un più ampio pubblico di lettori la storia della sua famiglia, quindi del suo popolo, soprattutto per mostrare quanto fosse vivace e normale la vita in Palestina prima del 1948 e lo schock che la Nakba determinò nella vita di ogni palestinese.
Il libro, tradotto prima in francese ed ebraico, solo nel 2009, dopo la morte dell’autrice avvenuta nel febbraio del 2008, uscì in arabo edito da Dar ash-Shorouk, dieci anni dopo la prima pubblicazione.
L’attaccamento ai luoghi, l’amore per gli spazi abitati e condivisi con la sua famiglia, conferisce al romanzo quasi un ordine spaziale regolato dalla successione di ricordi della sua vita prima in Palestina e poi in esilio forzato. Attraverso i personaggi reali, le cui vicende e immagini si fanno spazio nella memoria di Sirin, ripercorriamo un arco temporale che va dall’inizio dell’Ottocento, periodo in cui nacque la sua bisnonna materna Asma, fino agli anni Ottanta. Il lettore comprende subito che non si tratta semplicemente del racconto di una saga familiare e non solo perché nella prefazione Edward Said ricorda che la narrazione personale e intima dell’autrice tocca la vita di persone comuni e distanti dal suo nucleo familiare, ma soprattutto per i rimandi ai contesti storici e politici che hanno determinato i cambiamenti catastrofici per tutti i Palestinesi, come il mandato inglese e la successiva occupazione israeliana. Sullo sfondo di questi eventi si intrecciano le vicende personali e quelle del suo popolo di cui l’autrice ci narra. Sirin nacque a Gerusalemme nel 1920. Apparteneva alla famiglia Al-Husseini, una storica e importante famiglia dell’alta borghesia palestinese, con un forte ruolo politico ed economico. All’età di quattro frequentò la scuola materna privata dell’American Colony, nel quartiere di Bab az-Zahira e successivamente la scuola materna italiana dei Salesiani. A otto anni fu inserita nella scuola a indirizzo scientifico del Consiglio della Sharia, la Scuola Islamica Superiore i cui docenti erano di confessioni religiose diverse e in cui insegnava anche Melia, sorella del grande scrittore e pedagogista Khalil As-Sakakini.
Agli inizi degli anni Trenta entrò alla Friends School di Ramallah e infine proseguì gli studi presso l’Università Americana di Beirut dove la famiglia era stata costretta a trasferirsi nel 1936 in seguito alla Grande Rivolta a cui suo padre aveva preso parte insieme a molti altri esponenti della famiglia. La sua casa sorgeva nel quartiere di Musrara e ogni giorno ascoltava il suono delle campane della chiesa russa nel vicino quartiere di al-Maskoubiya. Nel tragitto tra casa e scuola passava davanti alle abitazioni degli altri membri della sua famiglia e nel romanzo, assecondando il desiderio di rivivere quei momenti, si spinge fino a ricordare ciò che i suoi occhi e le sue orecchie vedevano e sentivano, offrendoci una descrizione di incomparabile delicatezza e accuratezza delle strade lastricate di Gerusalemme e dei suoni dei passi della gente che le viveva, facendoci toccare le pietre e le mura gerosolimitane.
Sono proprio i luoghi della sua città e della Palestina i veri protagonisti del libro.
Mentre scriveva, Sirin era testimone consapevole dei mutamenti che la città aveva subito e del tentativo di giudaizzazione in atto, soprattutto Sirin sapeva che Gerusalemme nella narrazione occidentale era descritta solo come città dal passato antico e meta del progetto sionista, mai come la città araba con i suoi abitanti palestinesi e con la presenza di nuclei di famiglie tedesche, russe, greche, americane che non avevano agito come occupanti ma come amici dei residenti palestinesi. L’autrice cita alcuni membri delle famiglie dell’American Colony definendoli veri gerosolimitani e ricordando che alcuni di loro avevano acquistato le loro case da uno dei suoi antenati, Rabbah Husseini Effendi, e pertanto erano divenuti amici di famiglia.
Non è possibile non ricordare che questi luoghi oggi sono legati a ben altre tristi situazioni: “AlMaskoubiya” è un carcere israeliano dove i prigionieri politici palestinesi vengono barbaramente torturati
in violazione delle leggi internazionali; Musrara, un tempo il quartiere esclusivo delle comunità cristiane e delle famiglie musulmane agiate, tra le cui strade si è combattuto duramente nel 1948, venne spopolato dei suoi legittimi abitanti palestinesi e occupato da ebrei provenienti dall’estero; l’American Colony è diventato uno degli hotel più eleganti di Gerusalemme. Costruito nella seconda metà dell’Ottocento, era stato trasformato prima in un orfanatrofio, poi in una scuola e in una clinica intorno al 1880 da una comunità evangelica che si era stabilita a Gerusalemme. Leggendo il romanzo, seguendo i ricordi dell’autrice, non si può far a meno oggi di riflettere anche sul ruolo delle comunità religiose: la comunità evangelica che gestiva un tempo l’American Colony era ben diversa dagli evangelici sionisti di oggi, soprattutto americani e seguaci di Trump, utilizzati da Netanyahu per la sua politica di sionismo di insediamento.
La Gerusalemme descritta non è un ricordo infantile ingigantito dalla nostalgia, piuttosto la certezza di immagini di luoghi e persone che costituiscono la storia del suo paese e del suo popolo. L’autrice ci rende spettatori privilegiati dei suoi lucidi ricordi anche quando hanno a che fare con altri luoghi la cui descrizione resta sempre intima ma precisa. Così scopriamo la bellezza della natura e della vita nei villaggi come quello di Sharafat vicino Gerusalemme, dove trascorreva le vacanze estive, o la casa di Gerico dove si recava per quelle invernali. Dopo l’occupazione del 1967, Israele confiscò le case, i frutteti e la terra del villaggio di Sharafat per inglobarla nell’insediamento illegale di Gilo.
Un capitolo a parte è dedicato all’Orient House, fatta costruire a Sheikh Jarrah nel 1897 da Ismail Bey Hakki Musa Al Husseini, un funzionario palestinese, molto colto e poliglotta, a cui le autorità turche avevano affidato il compito di Direttore dell’Istruzione a Gerusalemme e grazie al suo contributo fu aperta la prima scuola per ragazze in città. L’Orient House era una sontuosa abitazione tra le più belle della città e nel 1898 ospitò l’imperatore della Germania Guglielmo II di ritorno da Istanbul. Successivamente questo edificio è divenuto luogo di incontri degli esponenti politici e intellettuali palestinesi della città e di movimenti nazionalisti e infine sede della rappresentanza palestinese a Gerusalemme est, preso di mira dalle politiche repressive sia durante il mandato britannico sia sotto l’occupazione israeliana fino alla chiusura e confisca da parte di Israele nel 2001. Questa chiusura, avvenuta dopo la pubblicazione del romanzo, non rappresentava una decisione arbitraria ma aveva soprattutto l’obiettivo di cancellare la memoria dei palestinesi. Alla luce di questo ed altri eventi successivi alla pubblicazione del libro, ci si rende conto di quanto esso costituisca una preziosa memoria storica le cui informazioni sollecitano un continuo confronto tra il passato e il presente e testimoniano il processo di cancellazione della Palestina sul piano storico, geografico e politico messo in atto da Israele.
Ai luoghi l’autrice collega la vita dei familiari e delle persone che li hanno abitati o le cui storie hanno incrociato la sua.
Infatti, uno dei primi ricordi risale a quando aveva circa quattro anni ed è collegato alla sua casa di Gerusalemme dove suo padre un giorno, indicandole una fila di profughi armeni che si spostavano tra Gerusalemme e Gerico, le disse: “Se noi palestinesi non lavoriamo con tutte le nostre forze, toccherà a noi girare per il mondo in cerca di rifugio”.
Suo padre era Jamal al-Husseini, uno dei leader della rivolta del 1936-39 che fu politicamente e militarmente molto attivo anche dopo il 1948. L’autrice si sofferma su altre figure maschili: il nonno materno Farid Al Alami, sindaco di Gerusalemme tra il 1906 e il 1909 e deputato di Gerusalemme nel Parlamento ottomano tra il 1914 e il 1918; lo zio materno Musa Al Alami, un avvocato laureato all’Università di Cambridge; lo zio Musa Kazem Pasha Al-Husseini, presidente del Comitato Esecutivo e uno dei leader del Paese, capo del movimento nazionale palestinese negli anni Venti e suo figlio Abd al Qadir AlHusseini, l’eroe martire della battaglia di Al Qastel nell’aprile del 1948.
Sicuramente maggiore spazio narrativo e descrittivo ha riservato alle figure femminili. La sua famiglia musulmana era circondata da un’atmosfera cosmopolita grazie ai contatti con gli occidentali che risiedevano in città, ai viaggi di studio e di lavoro e all’impegno politico dei suoi membri. Le donne risentivano di questo clima e nei ricordi di Sirin si stagliano figure influenti e carismatiche. Innanzitutto sua madre, Nemat Faydi Al-Alami, una donna molto colta che parlava in italiano, francese e inglese e la cui cultura ha molto influenzato l’autrice.
La zia paterna Fatima, madre di Hind Al-Husseini, rimasta vedova e costretta a occuparsi degli affari di famiglia e dei figli. Viveva a Indibbe, un villaggio vicino a Jaffa e la sua casa dopo il 1948 fu trasformata in un kibbutz israeliano. Ci racconta dei pomeriggi trascorsi con la cugina Hind, più grande di lei di qualche anno, e di quando questa le fece scoprire le riviste “La nuova donna” e “Il compagno dei piccoli” che venivano pubblicate a Beirut da Julia Dimashkieh, una delle prime donne arabe ad occuparsi di educazione e di giornalismo all’inizio del Novecento. Dimashkieh aveva fondato la prima rivista femminile in Libano ed era molto attenta al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Come ci fa notare l’autrice del romanzo, le pubblicazioni di Dimashkieh hanno certamente influenzato Hind Al-Husseini che ha dedicato la sua vita all’assistenza dei bambini e all’educazione delle donne dopo che nell’aprile del 1948 era riuscita a mettere in salvo 55 bambini rimasti orfani in seguito al massacro del villaggio di Deir Yassin condotto dai gruppi paramilitari ebraici dell’Haganà.
Con dolcezza descrive poi episodi legati a sua nonna materna, Zuleika, che aveva accompagnato a Vienna il marito nel 1921 invitato a partecipare a una conferenza, e la bisnonna Asma con la quale trascorreva le vacanze estive facendosi raccontare della Palestina dei suoi tempi, quando per spostarsi bastava avere un asino.
Nel romanzo, sempre collegate ai luoghi, si susseguono le vicende parallele di donne che non facevano parte della sua famiglia ma con le quali ha condiviso il destino comune della violenza del mandato e dell’occupazione. Innanzitutto la sua amica Miriam Mishaal, figlia del mukhtar del villaggio di Sharafat e poi la vecchia contadina Aisha Um Abed del villaggio di Al Bireh a cui dedica un capitolo molto toccante. Da Gerusalemme i ricordi si spostano a Baghdad, seguendo il percorso dell’esilio che per la famiglia iniziò nel 1936 e qui conosciamo Sitt Wagiha, la moglie del già citato leader Abd al Qadir Al-Husseini. Mentre il marito era stato rinchiuso dagli inglesi in un carcere iraqeno, Sitt Wagiha aveva trasformato la sua casa, al centro di Baghdad, nel luogo di ritrovo dei membri della resistenza ricercati dalle autorità. Era il 1941.
Una figura femminile legata ad un altro luogo della diaspora, è Umm Yusef che Sirin incontrò anni dopo la Nakba a Beirut dove la famiglia si era trasferita più volte. Umm Yusef era una delle tantissime palestinesi dei campi profughi in Libano che sostenevano economicamente la famiglia svolgendo lavori umili. Era originaria di un villaggio vicino Haifa da cui era stata costretta a fuggire nel 1948. Fu proprio grazie a Um Yusef che Sirin scoprì le difficoltà della vita dei campi profughi ma anche la possibilità di realizzare progetti per aiutare le profughe palestinesi. Si iscrisse all’Unione delle donne palestinesi e con altre donne, tra le quali le sue sorelle minori, Malak e Joumana, entrò a far parte dell’organizzazione “Inaash al-Moukhayam al-Falastini” (Rinascita dei campi palestinesi) contribuendo fortemente al suo sviluppo. Negli anni Cinquanta AI-Inaash dava lavoro a circa 2000 donne palestinesi nei campi profughi in Libano e contemporaneamente aveva l’obiettivo di preservare la tradizione dei ricami palestinesi, allora già minacciati dalla propaganda dell’occupazione che li spacciava come ricami israeliani.
Il romanzo, suddiviso in 33 capitoli e corredato da fotografie dell’archivio di famiglia, ci fa conoscere la Palestina prima della Nakba e poi ci conduce nella realtà della vita dei Palestinesi nei luoghi della diaspora, ripercorrendo la storia e ritracciando la geografia della Palestina così com’era prima della violenta colonizzazione.
L’attivismo e l’impegno delle donne e degli uomini protagonisti del romanzo, le loro stesse vite, sono raccontate con amore e senza retorica perché, come scrive l’autrice, “la speranza in un avvenire migliore si può costruire solo su una vera conoscenza del passato”.
Recensione a cura di Pina Fioretti per Docenti per Gaza
di Mahmoud Darwish
Questa raccolta di poesie tradotte da Tareq Aljabr e Sana Darghmouni, rappresenta un prezioso strumento per conoscere ed approfondire tre aspetti del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish, come spiega lo stesso curatore Tareq Aljabr: il poeta sapiente che parla dell’amore, il poeta sensibile e attento alla frammentazione della realtà e alle problematiche legate all’esilio, il poeta della patria. Con questo obiettivo è stata curata particolarmente la traduzione linguistica nel tentativo di mantenere la musicalità poetica e di ritmo nel passaggio dall’arabo all’italiano come ci fa notare nella sua prefazione Paolo Branca.
La raccolta si divide quindi in tre nuclei tematici: poesie dell’amore, poesie dell’io e poesie della patria. Ogni sezione comprende nove componimenti scelti accuratamente tra tutte quelle scritte dal poeta nell’arco della sua vita. Le ventisette poesie sono precedute da “E noi amiamo la vita” الحياة بُّ نح نُ ونح. La scelta di questa poesia posta all’inizio della raccolta sembra rappresentare essa stessa una prefazione: nel titolo la wau و non è una semplice congiunzione ma aggiunge al componimento la dimensione dell’affermazione.
Come se il poeta rispondesse a qualcuno e ricordasse che “Anche noi amiamo la vita e abbiamo diritto di viverla come gli altri”. “Noi”, il popolo palestinese che ha diritto all’esistenza e al riconoscimento dei propri diritti, un inno alla vita e al diritto di difenderla.
Le poesie della raccolta sono tutte degne di interesse e analisi ma mi soffermerò su alcune che mi hanno particolarmente colpito.
Nella sezione “Dell’amore” la prima poesia che vi leggiamo è “Le colombe volano “. A una prima lettura sembra una poesia a due voci, un chiamarsi e rispondersi di due amanti nel loro struggente sentimento. Il
loro amore è un porto sicuro per entrambi, è una scelta che ha bisogno di rinnovarsi per confermare l’appartenenza dell’uno all’altra. Il titolo stesso legato al movimento (“volano..si posano”) richiama un focus
semantico legato all’amore passionale. La profondità di questi versi conferma la grandezza estetica di Darwish anche quando scrive dell’amore soggettivo, quando cattura l’essenziale nei suoi versi traducendolo con un’energia creativa in una visione poetica dinamica ed estremamente affascinante, in questo caso capace di interpretare l’io femminile. Fanno parte di questo capitolo liriche come “Una lezione di kamsutra” o “Rita e il fucile”, i cui versi sono stati messi in musica dal grande Marcel Khalifa e che scaturirono dall’amore tra il poeta e una ragazza ebrea. Lui la conobbe quando aveva sedici anni a una festa a cui aveva partecipato e per poterla incontrare violava i limiti imposti dall’occupazione. In una lettera l’aveva informata di aver fatto richiesta al governatore militare per ottenere il permesso di recarsi a Gerusalemme per incontrarla ma la richiesta fu respinta. L’amore tra i due si interruppe con l’occupazione del 1967 ma di questo amore restano versi immortali che tutti cantano nel mondo arabo. Forse tra le più autobiografiche delle poesie d’amore, “Sono l’amante sfortunato” ci consegna l’immagine della sua condizione “..Sfilo sulla riva dell’amore. Saluto brevemente. Scrivo lettere a me stesso sulle ali delle colombe…”
Tra le nove poesie della sezione “Dell’io” alcune sono molto famose come “A mia madre”, “Adesso in esilio” e “Al caffè”. In questa sezione troviamo la poesia che dà il titolo alla raccolta “La saggezza del condannato a morte”. Sin dai primi versi riconosciamo un messaggio molto forte: la verità è libertà, attraverso la condizione che ci presenta il poeta e cioè attraverso la prospettiva di una persona priva di tutte le tentazioni della vita, capace per questo di giudicare le cose con assoluta imparzialità. Un invito alla saggezza che il poeta pronuncia immaginando il caso di un condannato a morte, sia che la morte possa venire da un’esecuzione o da un decadimento fisico o psicologico. Nel testo poetico predominano due campi lessicali che si alternano, il campo della morte e il campo della vita ed entrambi confluiscono nell’indicare una scelta: la strada di una vita libera e dignitosa che rifiuta le umiliazioni, i ricatti e i soprusi. E così la saggezza del condannato a morte si trasforma nell’invito a non accettare la normalizzazione della violenza e dell’ingiustizia.
L’ultima parte della raccolta, “Della patria”, comprende titoli quali “A proposito di un uomo”, “Su questa terra”, “Pensa agli altri” anch’esse liriche molto conosciute. Il curatore ha magistralmente concluso la raccolta con la poesia “Un copione pronto” presentata per la prima volta dallo stesso Darwish nell’aprile del 2008 durante il Festival di Ramallah. “Un copione pronto” ma incompleto, come lo stesso autore aveva sottolineato nel presentare la poesia. Da lì a pochi mesi, nell’agosto dello stesso anno, Darwish morì e questi suoi ultimi versi sono carichi di significati. Parlano di un incontro con il nemico, quel nemico a cui il poeta e altri intellettuali palestinesi hanno sempre cercato di dare un volto a differenza di una società, quella israeliana, che nel tempo ha disumanizzato i palestinesi, nel senso letterale del termine: li ha spogliati della loro umanità. In questa ultima poesia, Darwish immagina di cadere in una fossa con il suo nemico, la loro vita e la loro guerra si concludono in un abisso.
Nel panorama della critica letteraria del mondo arabo si racconta che un critico avesse dichiarato: “Tutti i poeti della Resistenza facevano affidamento sulla Palestina, tranne Mahmoud Darwish, perché la Palestina faceva affidamento su di lui”. Darwish il poeta era innanzitutto un intellettuale dal profondo senso estetico e filosofico, con una vasta cultura. Non era tentato dall’idea di una Palestina martire e defunta e lui stesso non intendeva restare imprigionato in versi di lacrime e morti. La Palestina l’ha portata con sé nel mondo liberandola da slogan ma amplificando con la sua poesia la voce del suo popolo, restituendole le sfaccettature e le anime che l’occupazione aveva cancellato. Aveva compreso che il suo ruolo di intellettuale, anche in mezzo a un contesto di occupazione militare, non era quello di cedere al populismo e a una retorica impulsiva quanto piuttosto quello di elevare e razionalizzare il discorso poetico attraverso la creatività e il simbolismo restituendo ai palestinesi proprio ciò che essi volevano ascoltare, in primis versi che non li riducevano a vittime e poesie che li accomunavano ai popoli del mondo. Questa raccolta è preziosa proprio per questo, ci aiuta a conoscere le dimensioni poetiche di Darwish attraverso un ottimo
lavoro di selezione e traduzione
Pina Fioretti per Arabook
A questo link il brano Rita di Marcel Khalifeh
https://www.youtube.com/watch?v=Bpm4BOzwIec
Sana Darghmouni è Dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l’Università di Bologna, attualmente tutor didattico presso la scuola di Lingue e letterature, Traduzione e Interpretazione all’Università di Bologna.
Tareq Aljabr é un poeta e traduttore siriano. È stato uno dei creatori e protagonisti del doc-film “Io sto con la sposa” (2014) presentato con successo alla 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia .
di Isḥāq Mūsà al-Ḥusaynī.
In questo romanzo allegorico, scritto nel 1943, si narrano le vicende di una gallina che si ritrova improvvisamente in un ambiente nuovo dove stringerà rapporti d’amore e di amicizia osservando e scrutando la realtà, riflettendo su questioni cruciali sia personali che sociali con l’inevitabile collegamento alla dimensione storica in cui il romanzo viene scritto. L’improvviso cambiamento di vita, la descrizione accurata del trasferimento forzato della protagonista in un ambiente nuovo, la sua crescente paura di un futuro incerto e pericoli in agguato, come l’arrivo di ospiti inattesi, rievocano le ansie dell’autore che osservava l’aumento dell’immigrazione ebraica in Palestina e l’approssimarsi di scenari già decisi sullo sfondo della seconda guerra mondiale.
Qui una recensione di Pina Fioretti per Arabook
Temi: giustizia sociale, imbarbarimento culturale, rapporto tra “maschi e femmine”, questione femminile.
Contenuti. App da scaricare: geografia dei villaggi palestinesi cancellati da Israele
Lingua. Inglese
Contenuti: Materiali storici, geografici, artistici, ecc
Lingua. Inglese
Fadwa Tuqan (1917-2003) è considerata la “madre della poesia palestinese”. La sua vita e la sua opera rappresentano la convergenza di due lotte: quella familiare e femminile per l’identità e l’indipendenza, e quella sociale di Resistenza all’occupazione israeliana, diventando un simbolo universale della sofferenza, della forza umana, e della lotta palestinese e femminile per l’autodeterminazione.
Dalia Ismail: Laureata in Relazioni Internazionali, ha conseguito un master di ricerca in Sicurezza Internazionale all’Università di Groninga, nei Paesi Bassi. Giornalista e analista indipendente italo-palestinese, collabora con diverse testate italiane e internazionali, come Il fatto quotidiano e Palestine Chronicle, Internazionale.
Tag: Resistenza – Emancipazione – Poesia
Lingua: Italiano
Il documentario racconta da vicino la marcia del ritorno di giovani Palestinesi che tentano di rompere l’assedio sionista. Il documentario denuncia i crimini di guerra di Israele e sottolinea la resistenza della gioventù palestinese.
Tag: Resistenza – Assedio – Occupazione – Crimini di guerra
Lingua: Inglese
Il cortometraggio affronta la vita di una famiglia palestinese, mentre viene espropriata della propria casa e dei propri beni da coloni israeliani.
Tag: Espropriazione – Pulizia etnica
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
Il documentario affronta l’anno 1948 dal punto di vista palestinese, raccontando la Nakba, e dal punto di vista israeliano, raccontando la fondazione dello Stato di Israele.
Tag: Nakba – fondazione Stato d’Israele – pulizia etnica – deportazione – violenza sionista
Il documentario affronta la vita dei Palestinesi deportati in Libano presso i campi profughi, tra vita apolide e la paura dei bombardamenti israeliani.
Tag: Diaspora – Deportazione – Resistenza
Lingua: Inglese
Vimeo(registrazione gratuita)
Il documentario racconta, attraverso immagini e recitazioni, la vita poetica e politica del poeta e giornalista Samih al-Qasim.
Tag: Palestina – poesia – impegno politico
Lingua: Inglese
Nel villaggio di Bil’in, in West Bank, la vita della comunità palestinese viene raccontata attraverso 5 videocamere, che verranno danneggiate dalla violenza dell’esercito e dei coloni israeliani.
Tag: Vita quotidiana – occupazione – violenza – resistenza
Lingua: Inglese
Il documentario indaga il senso di appartenenza e di identità, intervistando bambin* e ragazz* della diaspora. L’altalena è la metafora dell’oscillazione tra le due identità delle persone migranti.
Tag: Migrazione – identità – diaspora
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
Il documentario descrive il ruolo di Naji al-Ali (il fumettista creatore del personaggio Handala) non solo come artista, ma anche come un’importante figura politica e intellettuale. Attraverso interviste, immagini d’archivio e, naturalmente, i suoi disegni, il film ripercorre la sua carriera, le sue opinioni critiche sul mondo arabo e sulla classe dirigente palestinese, e la sua profonda lealtà alla causa del suo popolo.
Tag: Arte – Resistenza – Palestina – Fumetto
La quotidianità di una famiglia palestinese in un villaggio della West Bank viene interrotta dall’esercito israeliano, che trasforma parte della casa in un avamposto militare.
Tag: Resistenza – Occupazione – trauma psicologico
Lingua: Italiano
Il cortometraggio segue da vicino la gioventù gazawi tra passioni, desideri e la voglia di imparare ad andare sullo skateboard
Tag: Resistenza – giovinezza – sport – libertà
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
Arte (gratuita)
Cosa succede quando una giovane palestinese sfida un soldato israeliano? Questa è la storia di Ahed Tamimi, eroizzata dai Palestinesi e trattata da terrorista dagli Israeliani.
Tag: Resistenza – social media
Lingua: Arabo con sottotitoli in italiano
Ahed Tamimi racconta la sua storia, dopo la detenzione nelle carceri israeliane.
Tag: Resistenza – autobiografia
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
La situazione del personale sanitario a Gaza.
Tag: Diritti umani – Resistenza – genocidio
Lingua: Inglese ma con sottotitoli italiani
Wadi, nipote di Sadi, è in Libano nel campo profughi per palestinesi. Quando il nonno le consegna la chiave della casa in Palestina, Wadi indaga sulle sue radici.
Tag: Nakba – deportazione – resistenza – storia personale
Lingua: Arabo con sottotitoli italiano
Canale di Al Jazeera English per notizie sulla Palestina (brevi video esplicativi di attualità)
Tag: Occupazione – diplomazia – geopolitica
Lingua: Inglese con sottotitoli in italiano
Documentario di Al Jazeera sulla situazione del personale sanitario e della sanità stessa a Gaza.
Tag: Diritti – occupazione – sanità
Lingua: Inglese con sottotitoli in inglese
Vimeo (registrazione gratuita)
Il documentario indaga i crimini commessi dall’esercito israeliano durante l’attacco al campo-profughi di Jenin (operazione Scudo Difensivo del 2002)
Tag: Occupazione – ccampo profughi – deportazione
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
Vimeo (registrazione gratuita)
Documentario che cerca di spiegare al pubblico francese le cause del “conflitto” israelo-palestinese.
Tag: Colonialismo – occupazione – Resistenza
Lingua: Arabo e francese con sottotitoli in inglese
Scene di vita quotidiana sotto occupazione sionista.
Tag: Colonialismo – occupazione – Resistenza
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
Arna, attivista israeliana antisionista, ha creato un gruppo teatrale a Jenin.
Tag: Resistenza – arte – Palestina – West Bank
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
Musa Hadid, sindaco di Ramallah, racconta le molteplici difficoltà che il governo locale subisce a causa dell’occupazione israeliana.
Tag: West Bank – politica – storia
Lingua: Inglese con sottotitoli in inglese
Vimeo (registrazione gratuita)
La storia della band palestinese-svedese Kofia.
Tag: Resistenza – arte – musica
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
Il film racconta la storia di Soraya, una giovane palestinese di 28 anni che vive a Brooklyn. Dopo la morte del padre, decide di fare un viaggio in Palestina, la terra d’origine della sua famiglia, esiliata nel 1948.
Tag: Radici – Resistenza
Lingua: Arabo con sottotitolo in inglese e inglese senza sottotitoli
Il film racconta la storia di sette donne palestinesi che hanno partecipato alla lotta armata negli anni ’60 e ’70. Attraverso le loro testimonianze, il documentario ripercorre la storia della resistenza palestinese e presenta la figura della donna combattente come simbolo di orgoglio e forza.
Tag: Resistenza armata
Lingua: Arabo con sottotitoli in inglese
Telegram (registrazione gratuita)
E’ un canale Telegram con film, documentari, musica su Palestina,
Tag: vari temi
Lingua: Arabo, inglese etc
Podcast indipendente in 9 puntate che parla di Palestina, di atoria palestinese, quella storia fatta di piccoli eventi che sono rimasti nel tempo ai margini della grande narrazione geopolitica. Narra le storie della resistenza palestinese attraverso piccoli racconti partendo dai margini.
di Walid Daqqa
𝐋𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐞𝐠𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐥𝐢𝐨” 𝐝𝐢 𝐖𝐚𝐥𝐢𝐝 𝐃𝐚𝐪𝐪𝐚, 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐢𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐄𝐭𝐢𝐬𝐚𝐥𝐚𝐭 𝐀𝐰𝐚𝐫𝐝 𝟐𝟎𝟏𝟖 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐚𝐫𝐚𝐛𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢.
Come scrive Ahlam Basharat, “𝐷𝑎𝑞𝑞𝑎 𝑒̀ 𝑟𝑖𝑢𝑠𝑐𝑖𝑡𝑜 𝑎 𝑐𝑟𝑒𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑟𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑛𝑡𝑟𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑝𝑟𝑖𝑛𝑐𝑖𝑝𝑎𝑙𝑒, 𝐽𝑢𝑑, 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑙𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑡𝑎̀.”
Edito da Atmosphere Libri Casa Editrice, è un racconto coinvolgente in cui il piccolo protagonista Jud, accompagnato da un coniglio, un gatto, un asino e altri animali, cercherà di raggiungere suo padre prigioniero da molti anni. Ad aiutarli ci sarà Umm Rumi, un albero di ulivo vecchio di millecinquecento anni che rivelerà a Jud: “Nel mio olio c’è un segreto ignoto ai vostri antenati. L’unico a conoscerlo è un bambino dal cuore puro, vissuto più di mille anni fa….”
𝑾𝒂𝒍𝒊𝒅 𝑫𝒂𝒒𝒒𝒉𝒂, 𝒄𝒆𝒍𝒆𝒃𝒓𝒆 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒍𝒍𝒆𝒕𝒕𝒖𝒂𝒍𝒆 𝒆 𝒑𝒓𝒊𝒈𝒊𝒐𝒏𝒊𝒆𝒓𝒐 𝒑𝒐𝒍𝒊𝒕𝒊𝒄𝒐 𝒑𝒂𝒍𝒆𝒔𝒕𝒊𝒏𝒆𝒔𝒆, 𝒆̀ 𝒎𝒐𝒓𝒕𝒐 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒔𝒖𝒂 𝒄𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒏𝒆𝒍 𝒄𝒂𝒓𝒄𝒆𝒓𝒆 𝒊𝒔𝒓𝒂𝒆𝒍𝒊𝒂𝒏𝒐 𝒅𝒊 𝑺𝒉𝒂𝒎𝒊𝒓 𝒅𝒐𝒗𝒆 𝒆𝒓𝒂 𝒅𝒆𝒕𝒆𝒏𝒖𝒕𝒐 𝒅𝒂 38 𝒂𝒏𝒏𝒊.
Temi. Occupazione – libertà – carcere – resistenza
di Ghassan Kanafani, a cura di Lambertini
Trama. Fiaba con elementi fantasy ed elementi fiabeschi arabi. Adatta soprattutto alla classe prima media.
Temi. Sofferenza – libertà – riscatto
Livello. Biennio
di Taghreed Najjar
Trama. di Taghreed Najjar
Nel secondo romanzo di Taghreed Najjar pubblicato nel nostro paese, scopriamo il delicato legame
intergenerazonale tra la nonna Leila, stimata docente universitaria a Chicago, e sua nipote Arwa, giovane
neodiplomata che si affaccia al futuro. Tutto ha inizio da un desiderio innocente: la piccola Nada, nipote
minore di Leila, resta affascinata da una vecchia fotografia di famiglia in bianco e nero e inizia a desiderare
una bambola identica a quella che la nonna stringeva tra le braccia da bambina.
Ciò che sembrava un semplice capriccio infantile si trasforma, grazie a un’incredibile coincidenza del
destino, in un viaggio a ritroso nel tempo. Mentre aiuta la nonna a setacciare il web alla ricerca di un
giocattolo simile, Arwa si imbatte in un annuncio sorprendente: finisce per acquistare non una bambola
simile, ma proprio quella originale di Leila. A confermare l’identità dell’oggetto è un dettaglio
inconfondibile nascosto tra le pieghe del vestitino: il nome “Sally”, ricamato con cura in caratteri arabi
proprio dalla piccola Leila molti decenni prima. Recuperare quel pezzo di cuore e restituirlo alla nonna
diventa per Arwa una missione imprescindibile, che darà il via a una vera e propria indagine per ricostruire
l’incredibile odissea compiuta da Sally per giungere da Giaffa fino a Chicago.
Questa ricerca non è però solo un’investigazione materiale; per Arwa rappresenta un profondo percorso di
introspezione. La giovane si trova infatti a vivere il conflitto tipico di chi è sospeso tra due mondi: da un lato
le radici libanesi e palestinesi, dall’altro la cultura americana in cui è cresciuta. Seguendo le tracce della
bambola, Arwa finisce per scavare nella memoria dolorosa della sua famiglia, arrivando finalmente a fare i
conti con la tragica perdita del padre, avvenuta durante l’invasione israeliana di Beirut prima ancora che lei
nascesse.
Mentre le vite di nonna e nipote si intrecciano nel presente, il racconto ci riporta ai giorni di Leila a Giaffa,
seguendo la sua fuga forzata verso Beirut e il successivo approdo negli Stati Uniti, dove lei e il marito hanno
costruito una nuova vita da cittadini naturalizzati. Il passato, tuttavia, irrompe prepotentemente nel presente
quando Arwa riesce a rintracciare il nipote della seconda proprietaria della bambola. Chi è stata la bambina
che ha amato Sally dopo che la famiglia di Leila è stata costretta all’esilio? Attraverso uno scambio di mail
cariche di emozione, i ricordi d’infanzia riemergono vividi, permettendo ad Arwa di trovare, finalmente, il
suo posto nel mondo tra memoria e speranza.
Come accade in molti racconti della diaspora palestinese, il cerchio della narrazione si chiude con un ritorno
fisico e simbolico: Leila, accompagnata dalla nipote Arwa, decide finalmente di rimettere piede a Giaffa. A
spingerla verso questo viaggio, dopo una vita trascorsa lontano, è il successo del libro nato dal ritrovamento
di Sally, che sta per essere trasformato in documentario. Quella che era iniziata come una piccola indagine
privata è diventata una testimonianza pubblica, un ponte che riporta l’anziana donna verso la sua terra
d’origine.
Tuttavia, l’epilogo del romanzo è venato da una profonda amarezza. Sebbene i sentimenti dei singoli e la
forza dei legami umani siano al centro del libro, la Storia si fa sentire con tutta la sua durezza e violenza. Il
momento del ritorno è carico di una tensione emotiva travolgente. Quando Leila si ritrova di fronte alla sua
casa d’infanzia, le parole sembrano mancare; spinta da un impulso che attraversa i decenni, varca il cancello
sentendo, nel profondo, che quel luogo le appartiene ancora. L’impatto con la realtà è brutale: la casa che ha
abitato i suoi sogni per tutta la vita non coincide più con la verità del presente. In questo scontro tra il ricordo
di bambina e la durezza dell’oggi, il romanzo si chiude con una riflessione potente sull’identità, sulla perdita
e sulla complessa bellezza del restare fedeli alle proprie radici.
Temi. Diaspora. Nakba. Occupazione.
Livello. Terzo anno
di Taghreed Najjar
Trama. Yusra ha 15 anni e vive a Gaza, dove la famiglia ha subito due tragedie: il fratello Seleh è stato ucciso da un bombardamento israeliano e il padre, in seguito a un incidente, è costretto su una sedia a rotelle. Yusra decide di portare avanti l’attività di pesca del padre, diventando la prima pescatrice di Gaza. La storia si ispira a Madleen Kulab.
Temi. Occupazione – Resistenza
Livello. Biennio e triennio
A scuola conosciamo molto bene il valore della Memoria nell’azione didattica e quanto i Memory Studies possano contribuire a incentivare una 𝐝𝐢𝐝𝐚𝐭𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐧𝐧𝐨𝐯𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐝𝐢𝐬𝐜𝐢𝐩𝐥𝐢𝐧𝐚𝐫𝐞 che coinvolga storia, geografia, letteratura, filosofia, psicologia. Tutto ciò è finalizzato a stimolare nei nostri studenti l’analisi e la comprensione della memoria collettiva di antiche e moderne società. In quest’ottica, 𝐮𝐧𝐚 𝐛𝐮𝐨𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐠𝐞𝐝𝐢𝐚 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐮𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐞 è quello di proporre in classe la lettura del libro “Ho ancora mani per scrivere. Testimonianze del genocidio a Gaza” pubblicato da Edizioni Q
Una raccolta che comprende 222 racconti brevi, a volte solo pensieri e riflessioni, scorci di vita sotto le bombe che ci vengono narrate dagli abitanti di Gaza dall’ottobre 2023 all’autunno 2024. Il progetto di traduzione dall’arabo è stato coordinato da Aldo Nicosia docente di Lingua e Letteratura araba all’Università di Bari, che ha coinvolto quaranta traduttori tra i docenti arabisti italiani. Il ricavato della vendita del libro sarà devoluto all’associazione Gazzella che è presente nella Striscia di Gaza per supportare la popolazione civile. Il libro è la versione italiana di “Ho due mani per scrivere” pubblicato da Tadween Publishing and Distribution House di Amman, e che raccoglie testimonianze dirette dalla Striscia di Gaza. Si tratta del primo volume del progetto Gaza Writes, ideato dal poeta Musa Hawamdeh in collaborazione con varie istituzioni culturali e intellettuali arabi e internazionali.
Curato da Samer Al-Majali e da diversi poeti, il libro è un’iniziativa culturale e umanitaria per sostenere il popolo palestinese, denunciando il genocidio in corso a Gaza. L’introduzione di Tadween sottolinea l’impegno collettivo, soprattutto dalla Giordania, dei suoi attivisti, scrittori e intellettuali nel sostenere la causa palestinese senza secondi fini.
Nell’introduzione personale, Hawamdeh ribadisce che gli scritti raccolti non promuovono odio né razzismo, ma trasmettono 𝐬𝐩𝐞𝐫𝐚𝐧𝐳𝐚, 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥’𝐨𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚. Il libro nasce dal dolore e dalla distruzione causata dall’occupazione, raccontando la sofferenza di Gaza attraverso le parole dei sopravvissuti, in una serie di testi divisi per i periodi storici dell’aggressione.
La valenza didattica della scelta di proporre questo libro in classe va oltre la questione dei Memory Studies, che già è applicata, per esempio, rispetto alla Memoria della Shoah, e tocca un’altra questione: la conoscenza di letterature extraeuropee, sicuramente in controtendenza rispetto al materiale per il dibattito pubblico sulle 𝐈𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐍𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢 di recente divulgazione. Le testimonianze riportate nel libro costituiscono memoria collettiva ma anche possono ricondursi al genere letterario del diario ed è proprio questo aspetto che contribuisce a fare di questo libro uno strumento educativo incredibile nella misura in cui le storie narrate suscitano empatia. Il dolore e la paura degli autori, alcuni dei quali intanto sono stati uccisi dai bombardamenti israeliani, portano a riflettere sul pericolo che rappresenta la guerra, l’aggressione militare colonialista portata avanti senza limiti e violando persino il Diritto bellico.
In copertina l’opera “Movement” di Mohammed Alhaj. Il volume è impreziosito dalle opere degli artisti palestinesi che sono ad oggi prigionieri e vittime dei bombardamenti a Gaza: Azza Shaikh Ahmad, Maisara Barud, Kholoud Hamad, Rufaida Sehwail
Temi. Occupazione – genocidio – resistenza – vita quotidiana
Recensione a cura di Pina Fioretti
Livello. Biennio e triennio
Un ethnografic novel sulla migrazione tra Bangladesh, Italia e Londra.
realizzato in collaborazione con il Centro Studi Emigrazione Roma.
𝐋𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐩𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐮𝐫𝐚.
Durante questo primo quarto di secolo gli alunni di contesti migratori sono arrivati a toccare le 900.000 presenze, oltre l’11% della popolazione scolastica in Italia ha background migratorio. Fino al 2022 gli studenti bangladesi iscritti nelle nostre scuole erano circa 24654, pari al 3,5% della popolazione scolastica
𝑇𝑟𝑎𝑡𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑎 𝑙𝑒 𝑐𝑎𝑢𝑠𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑚𝑜𝑣𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑚𝑖𝑔𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑓𝑎𝑐𝑖𝑙𝑒 𝑒 𝑐𝑜𝑖𝑛𝑣𝑜𝑙𝑔𝑒𝑛𝑡𝑒.
Uno strumento utile per inquadrare l’immigrazione dal Bangladesh e far conoscere pratiche e stili educativi nelle famiglie bangladesi è sicuramente 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑓𝑢𝑚𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑛 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎 𝑒𝑡𝑛𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑜𝑡𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑓. 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑃𝑢𝑝𝑝𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑈𝑛𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝐶𝑎’ 𝐹𝑜𝑠𝑐𝑎𝑟𝑖 𝑑𝑖 𝑉𝑒𝑛𝑒𝑧𝑖𝑎.
I suoi studi, le storie degli immigrati e delle immigrate bangladesi con i quali ha costruito la sua ricerca e le illustrazioni di Francesco Saresin fanno di questo volume un 𝒂𝒇𝒇𝒂𝒔𝒄𝒊𝒏𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒓𝒂𝒄𝒄𝒐𝒏𝒕𝒐 𝒊𝒍𝒍𝒖𝒔𝒕𝒓𝒂𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝒄𝒖𝒊 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒑𝒂𝒓𝒍𝒂𝒓𝒆 𝒂𝒊 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒊 𝒂𝒍𝒖𝒏𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒄𝒓𝒊𝒔𝒊 𝒆𝒄𝒐𝒏𝒐𝒎𝒊𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒃𝒂𝒔𝒆 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒔𝒑𝒐𝒔𝒕𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒎𝒊𝒈𝒓𝒂𝒕𝒐𝒓𝒊. Un altro aspetto interessante di quest’opera è che essa prende in considerazione la migrazione intereuropea (onward migration) che coinvolge spesso molti loro coetanei di contesti migratori costretti a spostarsi dall’Italia verso altri paesi europei.
Contenuti: emigrazione, accoglienza, ragazzi
Contenuti. App da scaricare: geografia dei villaggi palestinesi cancellati da Israele
Lingua. Inglese
Contenuti: Materiali storici, geografici, artistici, ecc
Lingua. Inglese
Contenuto: La situazione del personale sanitario a Gaza.
Lingua: inglese con sottotitoli in italiano
Contenuto: Wadi, nipote di Sadi, è in Libano nel campo profughi per palestinesi. Quando il nonno le consegna la chiave della casa in Palestina, Wadi indaga sulle sue radici.
Lingua: Arabo con sottotitoli italiano
Corto di 10 min.Cinque giovani studenti provenienti da contesti diversi condividono un appartamento a Ramallah. Bloccati nel loro appartamento a causa del coprifuoco e dei bombardamenti, la loro reclusione li spinge a preparare un piatto di Maqloubeh (un piatto tradizionale palestinese che significa “capovolgere”) per pranzo. Dopo un iniziale disaccordo sugli ingredienti necessari, i coinquilini alla fine raggiungono un compromesso. Ma proprio mentre si siedono per gustare il pasto, un evento inaspettato li interrompe e sconvolge tutto.
Contenuti: occupazione, convivenza, cibo
Link con sottotitoli inglese
Link con sottotitoli italiano
Lingua: arabo con sottotitoli in inglese/italiano
Cosa succede quando una giovane palestinese sfida un soldato israeliano? Questa è la storia di Ahed Tamimi, eroizzata dai Palestinesi e trattata da terrorista dagli Israeliani.
Lingua: arabo con sottotitoli in italiano
Temi: Resistenza, social media
Ahed Tamimi racconta la sua storia, dopo la detenzione nelle carceri israeliane.
Lingua: italiano con sottotitoli inglese
Il cortometraggio affronta la vita di una famiglia palestinese, mentre viene espropriata della propria casa e dei propri beni da coloni israeliani
Contenuti: occupazione, espropriazione
Lingua: arabo con sottotitoli inglese
Saamidah, bambina palestinese-americana, inizia con emozione il suo primo giorno di scuola, ma la sua identità viene messa in discussione quando si trova di fronte a una mappa del mondo che non include la sua terra natale, la Palestina. Basato sul libro illustrato di Ebeid “Baba, What Does My Name Mean? A Journey to Palestine” (Baba, cosa significa il mio nome? Un viaggio in Palestina), le illustrazioni sono state realizzate da Lamaa Jawhari, che ha anche curato l’animazione principale del film. Saamidah al ritorno da scuola, chiede a suo padre “da dove vengo?”e attraverso i racconti di suo padre intraprende un viaggio che dà vita alla sua amata terra natale, celebrando la ricchezza del suo patrimonio culturale.
Temi: accoglienza, identità, appartenenza, emigrazione
Lingua: inglese con sottotitoli in inglese (frasi brevi molto semplici)
Come si vive in una tenda da sfollati? come ci si organizza? quali nuovi ruoli e mansioni si scoprono e si svolgono? Chi se non i bambin* e i ragazz* palestinesi di Gaza ce lo può spiegare? Ci colpisce l’assenza di vittimismo. Al suo posto determinazione a vivere, persino a studiare, a cercare di fare scuola attraverso workshop di scrittura creativa e animazione digitale grazie alle competenze di Haneen Koraz e delle sue collaboratrici. I nomi de* bambin* e ragazz* che lo hanno realizzato:
Lana Daka Sarah Daka Zina Badr Zina Mushtaha Aida Al-Manzali Muhammad Al-Manzali Omar Arqiq Lana Daka Sarah Daka Zina Badr Zina Mushtaha Aida Al-Manzali Muhammad Al-Manzali Omar Arqiq Malak Nassar Sama Nassar Basma Shahto Ghina Abu Madi Lin Al-Ashi Rital Madi Yamen Ansui Muhammad Mushtaha Lana Daka Sarah Daka Zina Badr Zina Mushtaha Aida Al-Manzali Muhammad Al-Manzali Omar Arqiq Malak Nassar Sama Nassar Basma Shahto Ghina Abu Madi Lin Al-Ashi Rital Madi Yamen Ansui Muhammad Mushtaha Bashir Al-Nazli Malak Daka Yahya Abu Madi Jude Al-Ashi
Diretto da Haneen KorazNour A-JawadShorouq Darwish
Haneen Koraz è un’animatrice digitale di Gaza. Nonostante il genocidio in corso in Palestina, ha creato sotto le tende e le bombe uno spazio di luce, speranza e creatività, lavorando con bambini e giovani artisti creando con loro piccoli film d’animazione per condividere le loro storie con il mondo.
Le animazioni di Haneen Koraz narrano la vita a Gaza tra bombardamenti e quotidiano, dando voce a donne e bambini. Raccontano resilienza, sogni, ironia e speranza, trasformando il dolore in forza creativa.
Vi invitiamo a seguire le sue pagine IG https://www.instagram.com/animator_haneen/
e FB https://www.facebook.com/haneen.koraz
In these moments, I find my happiness.
I forget the war.
I forget the bombings.
I forget everything that frightens and breaks me.
I forget the dark images the future paints in my mind.
In the animation workshops, I return to myself—to my passion, to my boundless imagination.
Despite everything, the children of Gaza still have the power to dream.
These children don’t just need aid—they need to be heard.
They need moments of joy, of hope, of life.
They need the chance to glimpse a better world, even if only through a sheet of paper, a pencil, and a story.”
– Haneen Koraz
(raccolto da ac4pal Animation Comunity for Palestine e tradotti in italiano da Giuseppina Fioretti per Cinema senza Diritti)
Contenuti : speranza, sogni, ironia, dolore, creatività
Un cortometraggio animato realizzato dai bambini e ragazzi sfollati da Gaza City e rifugiati nella tendopoli eretta nel campo di calcio di Deir al Balah sotto la guida esperta dell’educatrice e animatrice digitale Haneen Koraz, I ragazzi hanno disegnato e dato voce ai loro personaggi per descrivere con ironia, senza vittimismo, quanto difficile sia vivere senz’acqua. In pochi frammenti di questo incredibile lavoro emergono le dinamiche familiari e la consueta rivalità tra suocera e nuora che continua anche in una condizione di sfollamento, quasi a voler ribadire l’attaccamento alla vita, alle routine familiari che sono stravolte ma che dichiarano il diritto a sopravvivere e a vivere. Gli alunni di questo laboratorio didattico ed educativo e le loro docenti meritano tutta la nostra attenzione perché continuano a fare scuola in condizioni disperate e sotto i bombardamenti.
Bambini partecipanti: Layan Barghout Malak Barghout Shorouq Al-Nakhleh Batool Obeid Rafif Obeid Sujood Obeid Aya Al-Nakhleh Habiba Barghout Fatima Abu Hasirah Rimas Abu Hasirah Eman Abu Hasirah Mohammed Abu Hasirah Sham Kara Misk Barghouti
Haneen Koraz è un’animatrice digitale di Gaza. Nonostante il genocidio in corso in Palestina, ha creato sotto le tende e le bombe uno spazio di luce, speranza e creatività, lavorando con bambini e giovani artisti creando con loro piccoli film d’animazione per condividere le loro storie con il mondo.
Le animazioni di Haneen Koraz narrano la vita a Gaza tra bombardamenti e quotidiano, dando voce a donne e bambini. Raccontano resilienza, sogni, ironia e speranza, trasformando il dolore in forza creativa.
Vi invitiamo a seguire le sue pagine IG https://www.instagram.com/animator_haneen/
e FB https://www.facebook.com/haneen.koraz
In these moments, I find my happiness.
I forget the war.
I forget the bombings.
I forget everything that frightens and breaks me.
I forget the dark images the future paints in my mind.
In the animation workshops, I return to myself—to my passion, to my boundless imagination.
Despite everything, the children of Gaza still have the power to dream.
These children don’t just need aid—they need to be heard.
They need moments of joy, of hope, of life.
They need the chance to glimpse a better world, even if only through a sheet of paper, a pencil, and a story.”
– Haneen Koraz
(raccolto da ac4pal Animation Comunity for Palestine e tradotti in italiano da Giuseppina Fioretti per Cinema senza Diritti)
Una delle poesie più belle e conosciute del grande poeta palestinese Mahmouud Darwish nel 2017 è diventata un libro illustrato destinato a bambini e ragazzi. Stiamo parlando di “Pensa agli altri” pubblicato dalla casa editrice egiziana Tanmia e illustrato dall’egiziana Sahar Abdallah che vive e lavora in Canada.
Il Poeta compose questi versi alla fine del 1990 e in essi si legge un toccante messaggio che invita all’empatia e alla solidarietà. Si tratta di una poesia che in questo periodo appare drammaticamente attuale e che Docenti per Gaza è lieta di condividere nella versione biligue arabo-italiano pubblicata da Lorusso Editore tradotta da Alessandra Amorello.
All’origine di questo progetto c’è la volontà di Rana At- Tunisi, direttrice della casa editrice Tanmia, di avvicinare bambini e ragazzi alla conoscenza di uno dei più grandi poeti del mondo, Mahmoud Darwish.
Il progetto prevede la pubblicazione di tre poesie dell’autore palestinese illustrate da Sahar Abdallah: “Pensa agli altri”, “Così parlò l’albero dimenticato” e “Il pane di mia madre”. Il primo volume di questo progetto che vi presentiamo oggi ha vinto nel 2018 il premio Etisalat (1) come migliore opera illustrata. Infatti le illustrazioni di Sahar Abdallah, nella loro semplicità e tonalità di colore hanno l’obiettivo di rafforzare nei piccoli lettori il senso delle parole. Con “Pensa agli altri” possiamo riflettere in classe sul valore dell’altruismo, sulla necessità di non distogliere lo sguardo dai più deboli. La poesia di Darwish ci proietta in una dimensione di Umanità da sostenere e proteggere perché solo così garantiamo la nostra stessa umanità. Il Poeta ci ricorda di pensare agli altri e per altri lui intende tutte le creature, compresi gli uccelli, animali e piante, non solo gli esseri umani. Sahar Abdallah ha realizzato un’illustrazione per ogni verso estendendolo su due pagine utilizzando personaggi diversi per incoraggiare bambini e ragazzi a ricavare immagini e significati.
Nel mondo arabo questa poesia è diventata anche una canzone con la voce di Mira Awad.
Lavorare in classe su questo testo bilingue favorisce il plurilinguismo, ci permette di spaziare nella letteratura araba per l’infanzia e adolescenza facendoci scoprire messaggi universali che la poesia sa così ben veicolare. In tutto questo riconosciamo a Lorusso Editore una grande intuizione nell’aver accettato di pubblicare in italiano offrendo ai Docenti una grande opportunità per svolgere didattica interculturale e non solo.
A breve vi parleremo anche della seconda pubblicazione di questo progetto che sempre Lorusso ha fatto uscire lo scorso 15 dicembre.
Etisalat: La fiera Etisalat for Arabic Children’s Literature si tiene a Sharjah negli Emirati Arabi Uniti ed è una delle più importanti per la letteratura araba.
Contenuti: solidarietà, empatia, occupazione
Quando ho letto per la prima volta “Seguo il filo” (أتبعُ الخيط) mi è venuto in mente il testo della canzone del cantante libanese Marcel Khalifah “Cammino a testa alta” (منتصب القامة أمشي) con le parole del poeta palestinese Samih Al Qasem, una canzone divenuta ben presto l’inno dei profughi palestinesi.
Per questo non mi sono sorpresa quando ho scoperto che l’autrice di “Seguo il filo” è la palestinese Ala’ Kraman, attualmente impegnata a portare avanti un dottorato di ricerca per la Facoltà di Cultura e Comunicazione dell’Università di Roehampton a Londra. Il suo testo è un piccolo gioiello narrativo, essenziale nelle parole e potente nelle immagini affidate all’illustratrice siriana Haya Halaw e pubblicato da Tamer Institute for Community Education.
In Italia “Seguo il filo” è un testo bilingue tradotto da Alessandra Amorello per Bibliolibrò Edizioni e anche nella versione italiana si presenta come testo poetico, sospeso tra la semplicità del linguaggio e la profondità di temi universali: l’appartenenza, il distacco, la ricerca di un rifugio e la costruzione di una nuova casa.
Infatti, a una seconda attenta lettura, non ho potuto fare a meno di notare che le parole dell’autrice mi rimandavano alle indicazioni di una delle prime pedagogiste italiane che si è occupata delle migrazioni dei minori, Graziella Favaro. Nel suo “Bambine e bambini di qui e altrove. La migrazione dei minori e delle famiglie” Favaro offre uno sguardo approfondito sulle condizioni dei bambini e delle bambine immigrati, mettendo in luce il disorientamento iniziale: lo sradicamento dagli affetti, il distacco linguistico e culturale, la perdita di riferimenti certi, la ricerca di un posto sicuro. Per questo motivo sarebbe riduttivo pensare che “Seguo il filo” è un testo che parla solo dei bambini all’interno della diaspora palestinese.
La voce narrante è quella di una ragazza – mai nominata – che incarna tante esperienze comuni ai minori migranti. Le illustrazioni, in particolare la figura della giovane dal volto nascosto da un cappello a forma di uccello e il colore azzurro che ritorna come elemento visivo ricorrente, rafforzano l’idea di identità sospesa, di volo possibile ma anche di perdita.
Il filo del titolo non è solo un filo materiale, ma diventa il simbolo di un legame continuo tra ciò che si lascia e ciò che si trova. È il filo che unisce due mondi: quello delle radici e quello delle nuove possibilità. Eppure, la protagonista non si limita a viaggiare tra l’inizio e la fine. In un gesto semplice ma rivoluzionario decide di fermarsi “nel mezzo”, in quello spazio di transizione dove spesso si trovano i ragazzi e le ragazze che emigrano: né più completamente nel paese di origine, né ancora pienamente accolti nel nuovo. L’illustratrice Haya Halaw rappresenta questo spazio con la cartina geografica del Mashraq e del Maghreb (Mediooriente e Nord Africa), le terre di provenienza di molti bambini immigrati.
Il testo dà voce a un’esperienza comune ma spesso taciuta dei minori stranieri non accompagnati e dei giovani migranti: il senso di essere in cammino, il bisogno di mettere radici, il desiderio di “stare bene” in uno spazio proprio, anche se precario. È una narrazione che parla di movimento, ma anche di riposo; di nostalgia, ma anche di riscatto.
Le immagini del mare, dell’uccello, del pesce creano una metafora viva della lotta quotidiana per sopravvivere: “L’uccello ha fame e s’immerge. Prende il pesce, non il mare…”. Un messaggio profondo: ci si può nutrire rispettando le risorse ma anche metafora della possibilità di nutrirsi senza essere divorati, di scegliere cosa trattenere del proprio passato e cosa costruire nel presente.
“Seguo il filo” è una lettura preziosa nelle scuole, utile per aprire un dialogo tra pari ma anche tra studenti e adulti su cosa significa sentirsi “nel mezzo” tra culture, affetti, lingue. È uno strumento utile per chi lavora nell’accoglienza e nell’educazione, perché riesce a raccontare la complessità dell’esperienza migratoria senza retorica, ma con delicatezza e verità.
Un libro breve ma capace di lasciare un segno profondo: con poche parole e immagini evocative, apre lo spazio per interrogarsi su cosa significhi davvero “casa” e su come si possa, anche nei momenti più difficili, trovare un equilibrio e un rifugio nel proprio cammino.
In appendice al testo troverete alcune indicazioni di proposte operative che risultano interessanti in ambito scolastico.
Pina Fioretti per Docenti per Gaza
Contenuti: distacco, radici, legami, migrazione
Saamidah, bambina palestinese-americana, inizia con emozione il suo primo giorno di scuola, ma la sua identità viene messa in discussione quando si trova di fronte a una mappa del mondo che non include la sua terra natale, la Palestina. Basato sul libro illustrato di Ebeid “Baba, What Does My Name Mean? A Journey to Palestine” (Baba, cosa significa il mio nome? Un viaggio in Palestina), le illustrazioni sono state realizzate da Lamaa Jawhari, che ha anche curato l’animazione principale del film. Saamidah al ritorno da scuola, chiede a suo padre “da dove vengo?”e attraverso i racconti di suo padre intraprende un viaggio che dà vita alla sua amata terra natale, celebrando la ricchezza del suo patrimonio culturale.
Temi: accoglienza, identità, appartenenza, emigrazione
Lingua: inglese con sottotitoli in inglese [frasi brevi molto semplici]
Come si vive in una tenda da sfollati? come ci si organizza? quali nuovi ruoli e mansioni si scoprono e si svolgono? Chi se non i bambin* e i ragazz* palestinesi di Gaza ce lo può spiegare? Ci colpisce l’assenza di vittimismo. Al suo posto determinazione a vivere, persino a studiare, a cercare di fare scuola attraverso workshop di scrittura creativa e animazione digitale grazie alle competenze di Haneen Koraz e delle sue collaboratrici. I nomi de* bambin* e ragazz* che lo hanno realizzato:
Lana Daka Sarah Daka Zina Badr Zina Mushtaha Aida Al-Manzali Muhammad Al-Manzali Omar Arqiq Lana Daka Sarah Daka Zina Badr Zina Mushtaha Aida Al-Manzali Muhammad Al-Manzali Omar Arqiq Malak Nassar Sama Nassar Basma Shahto Ghina Abu Madi Lin Al-Ashi Rital Madi Yamen Ansui Muhammad Mushtaha Lana Daka Sarah Daka Zina Badr Zina Mushtaha Aida Al-Manzali Muhammad Al-Manzali Omar Arqiq Malak Nassar Sama Nassar Basma Shahto Ghina Abu Madi Lin Al-Ashi Rital Madi Yamen Ansui Muhammad Mushtaha Bashir Al-Nazli Malak Daka Yahya Abu Madi Jude Al-Ashi
Diretto da Haneen KorazNour A-JawadShorouq Darwish
Haneen Koraz è un’animatrice digitale di Gaza. Nonostante il genocidio in corso in Palestina, ha creato sotto le tende e le bombe uno spazio di luce, speranza e creatività, lavorando con bambini e giovani artisti creando con loro piccoli film d’animazione per condividere le loro storie con il mondo.
Le animazioni di Haneen Koraz narrano la vita a Gaza tra bombardamenti e quotidiano, dando voce a donne e bambini. Raccontano resilienza, sogni, ironia e speranza, trasformando il dolore in forza creativa.
Vi invitiamo a seguire le sue pagine IG https://www.instagram.com/animator_haneen/
e FB https://www.facebook.com/haneen.koraz
In these moments, I find my happiness.
I forget the war.
I forget the bombings.
I forget everything that frightens and breaks me.
I forget the dark images the future paints in my mind.
In the animation workshops, I return to myself—to my passion, to my boundless imagination.
Despite everything, the children of Gaza still have the power to dream.
These children don’t just need aid—they need to be heard.
They need moments of joy, of hope, of life.
They need the chance to glimpse a better world, even if only through a sheet of paper, a pencil, and a story.”
– Haneen Koraz
(raccolto da ac4pal Animation Comunity for Palestine e tradotti in italiano da Giuseppina Fioretti per Cinema senza Diritti)
Contenuti : speranza, sogni, ironia, dolore, creatività
Un cortometraggio animato realizzato dai bambini e ragazzi sfollati da Gaza City e rifugiati nella tendopoli eretta nel campo di calcio di Deir al Balah sotto la guida esperta dell’educatrice e animatrice digitale Haneen Koraz, I ragazzi hanno disegnato e dato voce ai loro personaggi per descrivere con ironia, senza vittimismo, quanto difficile sia vivere senz’acqua. In pochi frammenti di questo incredibile lavoro emergono le dinamiche familiari e la consueta rivalità tra suocera e nuora che continua anche in una condizione di sfollamento, quasi a voler ribadire l’attaccamento alla vita, alle routine familiari che sono stravolte ma che dichiarano il diritto a sopravvivere e a vivere. Gli alunni di questo laboratorio didattico ed educativo e le loro docenti meritano tutta la nostra attenzione perché continuano a fare scuola in condizioni disperate e sotto i bombardamenti.
Bambini partecipanti: Layan Barghout Malak Barghout Shorouq Al-Nakhleh Batool Obeid Rafif Obeid Sujood Obeid Aya Al-Nakhleh Habiba Barghout Fatima Abu Hasirah Rimas Abu Hasirah Eman Abu Hasirah Mohammed Abu Hasirah Sham Kara Misk Barghouti
Haneen Koraz è un’animatrice digitale di Gaza. Nonostante il genocidio in corso in Palestina, ha creato sotto le tende e le bombe uno spazio di luce, speranza e creatività, lavorando con bambini e giovani artisti creando con loro piccoli film d’animazione per condividere le loro storie con il mondo.
Le animazioni di Haneen Koraz narrano la vita a Gaza tra bombardamenti e quotidiano, dando voce a donne e bambini. Raccontano resilienza, sogni, ironia e speranza, trasformando il dolore in forza creativa.
Vi invitiamo a seguire le sue pagine IG https://www.instagram.com/animator_haneen/
e FB https://www.facebook.com/haneen.koraz
In these moments, I find my happiness.
I forget the war.
I forget the bombings.
I forget everything that frightens and breaks me.
I forget the dark images the future paints in my mind.
In the animation workshops, I return to myself—to my passion, to my boundless imagination.
Despite everything, the children of Gaza still have the power to dream.
These children don’t just need aid—they need to be heard.
They need moments of joy, of hope, of life.
They need the chance to glimpse a better world, even if only through a sheet of paper, a pencil, and a story.”
– Haneen Koraz
(raccolto da ac4pal Animation Comunity for Palestine e tradotti in italiano da Giuseppina Fioretti per Cinema senza Diritti)
In questa sezione, vorremmo raccogliere le attività che avete elaborato e proposto nelle vostre classi, anche a partire dai nostri suggerimenti… ci piacerebbe molto ricevere un vostro feedback e ricondividere il vostro lavoro con tutt*!
Potete scrivere a attivita.svolte@docentipergaza.it
Contro Corrente ( Scuola secondaria di I grado): lettura, attività svolte e prodotto elaborato.
Webinar con Francesca Albanese
Mer, 26 marzo 2025.
Il 26 marzo 2025 la relatrice speciale delle Nazioni Unite per il territorio palestinese occupato, Francesca Albanese, ha incontrato più di 3000 studenti in tutta Italia (una media di 180 classi partecipanti), introducendo la questione palestinese da un punto di vista storico, culturale e rispondendo con grande professionalità e disponibilità alle tante domande inviate dagli studenti stessi.
Dopo una breve presentazione della sua formazione come figura professionale, delle sue esperienze in campo di migrazione e diritti umani, ha tracciato un quadro storico della questione palestinese per far capire ai ragazzi il contesto storico, sociale e culturale di riferimento. Questa introduzione è stata necessaria alla comprensione tanto delle parole chiave sulle quali ha strutturato il suo stimolante intervento, quanto sull’approccio critico essenziale per una corretta conoscenza dell’argomento.
[qualora il video non partisse, cliccare questo link, premere play e attendere pazientemente che parta lo streaming]
Dall’intervento di Francesca Albanese: 10 parole chiave
1. Colonialismo
Il colonialismo è un processo storico che ha plasmato il mondo per oltre 500 anni, con l’Europa come protagonista principale. A partire dalla cosiddetta “scoperta” dell’America, gli Stati europei hanno esercitato un dominio globale attraverso l’appropriazione di terre e risorse, la diffusione forzata della religione cristiana e l’uso della violenza militare. Questo sistema ha prodotto un’eredità di ingiustizie e disuguaglianze che ancora oggi influenzano le strutture economiche, politiche e giuridiche del mondo contemporaneo. Manca una consapevolezza critica sul colonialismo nel sistema educativo. Solo negli ultimi vent’anni, scuole e università hanno iniziato a promuovere studi decoloniali, analizzando come il diritto, la medicina, l’architettura e altre discipline siano state plasmate dalle logiche di dominio coloniale. In questo contesto, si sottolinea il ruolo del diritto internazionale non solo come strumento di regolamentazione tra Stati, ma anche come mezzo attraverso cui le potenze coloniali hanno imposto la loro supremazia sugli altri popoli. Il colonialismo non è un fenomeno relegato al passato, ma persiste in forme moderne, tra cui l’occupazione della Palestina, che ripropone schemi di espropriazione, discriminazione e dominio tipici dell’epoca coloniale che bisogna saper decodificare tramite lo studio critico della storia.2. Antisemitismo
L’antisemitismo è la discriminazione nei confronti degli ebrei in quanto tali, un fenomeno strutturale della storia europea culminato nell’Olocausto. L’odio verso gli ebrei era radicato nella cultura occidentale ben prima dell’ascesa del nazismo, attraverso persecuzioni, ghetti e discriminazioni sistematiche. Il genocidio degli ebrei non è stato solo l’Olocausto, ma anche la ghettizzazione nelle nostre città, dove erano considerati alla stregua di animali. L’Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale, ha mandato a morte circa 50.000 ebrei, dopo che le leggi razziali espulsero gli ebrei da molte delle professioni civili. Il termine antisemitismo viene strumentalizzato nel dibattito contemporaneo: chi critica le politiche dello Stato di Israele nei confronti della Palestina viene spesso accusato di antisemitismo in modo ingiusto. Bisogna distinguere nettamente tra il diritto alla critica politica e l’odio razziale e denunciare il fatto che questa confusione venga utilizzata per silenziare il dissenso.3. Palestina
Prima del 1947 la Palestina fu una terra abitata da una popolazione multietnica e multireligiosa: circa il 10% era composto da ebrei palestinesi, il 20% da cristiani e il 70% da musulmani. Queste comunità vivevano in relativa armonia fino all’affermazione del sionismo europeo, che promuoveva la creazione di uno Stato ebraico indipendente e il trasferimento di massa degli ebrei in terra di Palestina. Nel 1947, l’ONU decise di dividere la Palestina, assegnando il 55% del territorio a uno Stato ebraico e il 45% a uno Stato arabo, nonostante gli ebrei possedessero solo il 6% della terra. Questa decisione provocò forti resistenze da parte della popolazione palestinese e portò a una guerra (tra britannici, arabi e ebrei europei, le cui armi furono consegnate dall’Europa denazificata), in seguito alla quale circa 750.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case, in un evento epocale al quale i palestinesi si riferiscono col nome di Nakba (la catastrofe). Negli anni successivi, il popolo palestinese in esilio si ricompatta progressivamente.4. Occupazione militare
Nel 1967, Israele occupa militarmente i territori palestinesi della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est, scacciando 350.000 palestinesi che si spostano soprattutto in Giordania e in Egitto. Questa occupazione militare, che dura da 57 anni, è caratterizzata da un sistema di controllo capillare, con check-point militari, insediamenti coloniali, sfratti forzati e illegali, restrizioni alla libertà di movimento. All’inizio degli anni Novanta è iniziato un processo di pace: sono iniziati i negoziati per il riconoscimento dei due stati, ma nel frattempo Israele continuava a costruire colonie e Gaza è stata isolata rispetto al resto della Palestina. Nelle elezioni del 2006, considerate le più trasparenti mai avvenute in Medio Oriente, vince Hamas. I paesi occidentali non riconoscono il voto, inizia una lotta intestina tra i palestinesi (Fatah e Hamas). Hamas si è ritirata a Gaza – dove ha compiuto crimini efferati contro i palestinesi. Dal 2007 Israele chiude completamente Gaza: la Striscia vive da quel momento in una fase di blocco totale. Tutto quello che Israele fa in territorio palestinese occupato è illegale secondo il diritto internazionale, ma viene portato avanti con il supporto implicito della comunità internazionale. Inoltre, l’occupazione si accompagna a una sistematica repressione della popolazione palestinese, con arresti arbitrari, demolizioni di case e violazioni dei diritti umani.5. Diritto internazionale
Bisogna denunciare la sistematica violazione del diritto internazionale da parte di Israele. Le leggi internazionali vietano l’occupazione militare prolungata, la costruzione di insediamenti nei territori occupati e le punizioni collettive come il blocco imposto a Gaza. Queste misure sono finalizzate a cacciare la popolazione indigena: è il ritorno del colonialismo. Il diritto internazionale è chiaro rispetto agli obblighi di Israele nei confronti dei palestinesi, tuttavia questi principi vengono costantemente ignorati a causa dell’inerzia della comunità internazionale e del sostegno politico e militare fornito a Israele da molti Paesi occidentali. È necessario rispettare il diritto internazionale come strumento per garantire giustizia e porre fine all’oppressione dei palestinesi.6. Apartheid
Il movimento dei diritti umani denuncia l’applicazione da parte di Israele di un sistema di apartheid nei confronti dei palestinesi, imponendo loro un regime di segregazione simile a quello sudafricano. I palestinesi sono sottoposti a segregazione: leggi discriminatorie, razziali, limitazioni alla libertà di movimento e privazioni di diritti fondamentali. Anche la popolazione arabo-palestinese nei confini dello stato di Israele è sottoposta a un regime discriminatorio, senza cittadinanza e trattata come nemica. La presenza di colonie israeliane, il muro di separazione e le diverse legislazioni applicate a israeliani e palestinesi dimostrano l’esistenza di un sistema di separazione istituzionalizzata, che la comunità internazionale dovrebbe condannare con forza.7. Autodeterminazione
Il diritto all’autodeterminazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, che garantisce ai popoli il diritto di esistere in quanto popolo e di esistere come entità politica autonoma. I paesi occidentali hanno spinto per la soluzione dei due stati ma nonostante ciò e nonostante il fatto che molti Paesi abbiano riconosciuto lo Stato di Palestina, le principali potenze occidentali si rifiutano di farlo.Il diritto all’autodeterminazione dello stato palestinese si realizza nella forma di uno stato di Palestina indipendente oppure Israele deve garantire il diritto di cittadinanza a tutti.8. Resistenza
La resistenza palestinese è una risposta legittima all’occupazione militare e alla negazione dei diritti fondamentali. Il diritto internazionale riconosce il diritto dei popoli occupati alla resistenza, ma impone limiti chiari, come il divieto di colpire civili. Gli israeliani si trovano in una condizione di pericolo proprio perché occupano illegalmente il territorio palestinese, quindi il diritto internazionale obbliga Israele ad andarsene da quei territori. Anche di fronte agli attacchi del 7 ottobre, il diritto impedisce a Israele di rispondere con i bombardamenti perché la guerra si può usare solo fra stati e non nei confronti dei popoli. La narrativa dominante criminalizza ogni forma legittima di resistenza palestinese, mentre legittima la violenza sistematica dell’occupazione israeliana.9. Tensione tra diritto e politica
Un enorme problema che le nuove generazioni devono affrontare è il conflitto tra il diritto internazionale e le scelte politiche degli Stati. Mentre il diritto impone il rispetto dei diritti umani e la fine dell’occupazione, la politica internazionale continua a proteggere Israele. Tuttavia, le mobilitazioni studentesche e le proteste globali dimostrano che le nuove generazioni sono sempre più consapevoli delle ingiustizie perpetrate e invocano un radicale cambiamento.10. Genocidio
Il genocidio non è un crimine impossibile da provare, dovrebbe essere un crimine impossibile da commettere con tutti gli strumenti che abbiamo oggi. Il termine genocidio è stato coniato da un giurista ebreo dopo l’Olocausto, per il quale l’Olocausto stesso era la riproduzione di tecniche di sterminio usate dall’Europa nei paesi colonizzati. Il genocidio è la distruzione sistematica di un gruppo etnico, nazionale o religioso. Le azioni di Israele a Gaza rientrano in questa definizione – lo provano, tra le altre cose, il linguaggio utilizzato dai leader israeliani e le condizioni imposte alla popolazione palestinese. Il genocidio a Gaza non è l’unico, ma è il più grave tra i casi di operazione di genocidio in corso nel mondo perché tutti ne hanno testimonianza nei propri telefonini e perché i nostri governi stanno sostenendo militarmente e politicamente l’operazione israeliana in Palestina. Tra Palestina e Israele non è una guerra, è una forma di scontro coloniale: non ci sono due eserciti, non ci sono due stati. C’è un popolo che ha commesso sicuramente violenza, ma ne commetterà ancora se non si rimuove la causa prima di tale violenza, che è l’oppressione, l’occupazione militare e il sistema di apartheid. Israele vuole sfollare quello che rimane della Palestina: questo è genocidio.Bibliografia
- Francesca Albanese, Palestinian Refugees in International Law
- Francesca Albanese, Inside, quando il mondo non dorme
- Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina
- Menachem Klein, Lives in Common
- Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem
- Frantz Fanon, I dannati della terra
- Antony Loewenstein, Laboratorio Palestina
- Samah Jabr, Sumud. Resistere all’oppressione
Sitografia
- https://bdsitalia.org
- https://forensic-architecture.org
- https://www.instagram.com/laboratorioebraicoantirazzista
- https://www.breakingthesilence.org.il
Filmografia
- Farah Nabulsi, The present (2020)
- Farah Nabulsi, The teacher (2023)
- Rakan Mayasi, The key (2023)
- Bruno Sorrentino, Rooted in the West Bank (2024)
- Erin Axelman e Sam Eilertsen, Israelism (2023)
- Basel Andra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdal Ballal, No Other Land (2024)