RETE DOCENTI PER GAZA
Docenti per Gaza è una rete di insegnanti della scuola italiana costituitasi, nel contesto delle mobilitazioni in solidarietà con il popolo palestinese, intorno alla petizione lanciata il 20 novembre 2023 (docentipergaza.it), rivolta al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani e al Ministro della Scuola e del Merito Giuseppe Valditara, per chiedere che il Governo si attivasse per il cessate il fuoco e intraprendesse le azioni necessarie per l’apertura di un canale umanitario e permettere a bambin* e ragazz* palestinesi di mettersi in salvo e poter proseguire il proprio percorso di istruzione nelle nostre scuole (come avvenuto grazie al piano “Emergenza educativa Ucraina”), e che ha raggiunto, ad oggi, circa quattromila firme.
Si tratta di insegnanti di ogni ordine di scuola che si sono attivat* in vario modo e a vario titolo per informare e agire per la libertà e per la giustizia per il popolo palestinese, convint* che la professione docente li impegni fuori e dentro le aule nel contribuire alla costruzione di un mondo migliore, ad abbattere gli ostacoli verso un cambiamento necessario che si può attuare solo promuovendo la conoscenza, destrutturando narrazioni a senso unico e pregiudizi, decolonizzando gli spazi del Sapere, per favorire un’inversione di marcia rispetto al percorso tracciato, fatto di corsa agli armamenti e guerre che si combattono ormai anche in Europa.
Stiamo vivendo una fase storica in cui il senso critico di ogni individuo non solo non viene stimolato negli ambienti deputati alla conoscenza ma viene ostacolato. Abbiamo la responsabilità, come docenti, di aiutare le nuove generazioni a contrastare il razzismo e i suprematismi che sono alla base dei conflitti. Abbiamo il dovere di difendere il Sapere e non di adattarlo ai ricatti della politica specie quando il “sapere scolastico” diventa – per una società colonialista – il mezzo attraverso cui normalizzare l’egemonia di una parte di mondo sull’altra.
La Rete si prefigge l’obiettivo di manifestare alle istituzioni politiche la nostra totale contrarietà alle posizioni assunte e alle scelte operate in merito a quello che la Corte di Giustizia Internazionale ha definito un “plausibile genocidio” che Israele sta perpetrando sotto i nostri occhi nella Striscia di Gaza; di mostrare alle colleghe e colleghi palestinesi, alle migliaia di bambine, bambini, ragazze e ragazzi, la nostra solidarietà per ciò che stanno subendo in questo momento; di denunciare come il genocidio in atto a Gaza avvenga in un contesto di occupazione militare illegale, colonialismo di insediamento, pulizia etnica e apartheid – come dimostrato da diversi rapporti di esperti delle Nazioni Unite, studi accademici, relazioni di Ong e, più recentemente, dal parere consultivo della Corte di Giustizia Internazionale – che prosegue nella più completa impunità da decenni.
Il 26 gennaio la Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha stabilito che le azioni d’Israele nella Striscia di Gaza sono plausibilmente genocidarie, e le prove di questa affermazione scorrono quotidianamente sotto i nostri occhi. Ad oggi, dopo un anno dall’invasione di Israele nella Striscia di Gaza, i morti palestinesi sono più di 40 mila, dei quali almeno 16 mila sono bambini; ma le stime fornite dal Ministero della Salute di Gaza e corroborate dai dati delle principali Organizzazioni non governative internazionali, sono sicuramente al ribasso: secondo un articolo della rivista scientifica Lancet, i morti potrebbero essere circa 186 mila.
In particolare, come insegnanti, vogliamo portare l’attenzione su ciò che è stato definito “scolasticidio”:
- 625.000 STUDENT* NON AVRANNO ACCESSO ALL’ISTRUZIONE per il secondo anno consecutivo
- 85% DELLE SCUOLE DI GAZA SONO DISTRUTTE O GRAVEMENTE DANNEGGIATE
- 9.839 STUDENT* UCCIS* DAI BOMBARDAMENTI ISRAELIANI
- CIRCA 400 LAVORATOR* DELLA SCUOLA UCCIS*
- 12 SU 12 LE UNIVERSITÀ DI GAZA DISTRUTTE
- 88.000 STUDENT* UNIVERSITAR* NON POTRANNO CONTINUARE GLI STUDI
Davanti a queste cifre, consapevoli che annientare scuole, università, biblioteche, musei e archivi – i centri di trasmissione del sapere di una nazione – ha l’obiettivo di cancellare la memoria e il futuro di una popolazione, privarla della propria storia e identità storica e culturale, abbiamo il dovere di fare il possibile per opporci, per chiedere conto di una tanto palese e grave violazione dei diritti umani, del diritto allo studio e anche del diritto delle lavoratrici e dei lavoratori dell’Istruzione e delle Università.
Si aggiungano le terribili condizioni in cui versa la Cisgiordania, da ben prima del 7 ottobre, dove le autorità israeliane violano costantemente, oltre al Diritto Internazionale, anche il diritto fondamentale allo studio sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: demolire o chiudere le scuole, favorire la violenza dei coloni o dello stesso esercito, imporre severe restrizioni alla libertà di movimento, hanno portato molti studenti a ridurre drasticamente la loro presenza tra i banchi, causando gravi perdite di apprendimento.
L’attacco sistematico alle scuole non è legittima difesa, è un crimine di guerra, come sostenuto dalla Corte Penale Internazionale e dalle numerose risoluzioni delle Nazioni Unite: è urgente che anche la scuola eserciti pressione sul nostro Governo, le cui politiche stanno consapevolmente violando precisi obblighi di prevenzione di atti di genocidio e hanno reso il nostro Paese complice degli atti genocidari di Israele.
Oltre a non aver intrapreso alcuna azione di deterrenza e aver dimostrato il proprio appoggio incondizionato al governo Netanyahu, tra dicembre 2023 e gennaio 2024, secondo i dati forniti dall’Agenzia delle dogane, Roma ha esportato a Tel Aviv armi e munizioni da guerra per oltre due milioni di euro: questo potrebbe costare al nostro Paese un’accusa di complicità nella violazione del diritto internazionale di fronte alle Corti dell’Aia.
Come insegnanti, persone responsabili della formazione umana e civile di generazioni di persone, vogliamo fare il possibile per scuotere le coscienze della nostra classe dirigente, per riportarla ai suoi doveri davanti al Diritto Internazionale.
A tale proposito ricordiamo che:
- Il 29 dicembre 2023 il Sudafrica ha accusato Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia di cinque atti di genocidio: l’uccisione di massa di palestinesi, l’inflizione di gravi danni mentali e fisici, l’espulsione e il displacement forzato, l’attacco al sistema sanitario di Gaza e l’applicazione di misure intese a prevenire nascite all’interno del gruppo;
- il 26 gennaio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha chiesto a Israele di fare tutto il possibile per “prevenire possibili atti di genocidio” nella Striscia di Gaza, accogliendo parzialmente il precedente ricorso del Governo sudafricano;
- Con una ordinanza del 28 marzo 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito e aggravato le misure nei confronti di Israele per quanto sta avvenendo a Gaza nei confronti della popolazione civile, ingiungendo a Israele di “garantire senza indugio la fornitura su ampia scala dei servizi di base e dell’assistenza umanitaria di cui gli abitanti della Striscia di Gaza hanno disperatamente bisogno”, sottolineando che la situazione umanitaria è ulteriormente peggiorata dopo la sentenza del 26 gennaio, dimostrando come Israele abbia completamente ignorato quanto le era stato ingiunto;
- Nell’aprile 2024 Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc) ha adottato una risoluzione che chiede che Israele sia ritenuto responsabile di eventuali crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza. Ventotto Paesi hanno votato a favore, tredici si sono astenuti e sei hanno votato contro la risoluzione, nella quale si chiede anche di vietare la vendita di armi a Israele, a causa della sua condotta a Gaza.
- 10 maggio 2024 è stata adottata una risoluzione che attribuisce alla Palestina nuovi “diritti e privilegi” all’interno dell’Onu, e sostiene la sua richiesta di diventare uno Stato membro a tutti gli effetti. 143 voti a favore, 25 astenuti (Italia compresa) e nove contrari, tra cui gli Usa.
- 24 maggio 2024: la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che “Israele deve mettere fine immediatamente alla sua offensiva militare e a qualsiasi altra azione nel governatorato di Rafah che metta a rischio la sopravvivenza degli abitanti palestinesi”; i giudici hanno anche ordinato a Israele di tenere aperto il valico di Rafah, al confine con l’Egitto, per consentire il passaggio “senza restrizioni” degli aiuti umanitari.
- 19 giugno 2024: la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha dichiarato che le autorità israeliane sono responsabili di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità nella Striscia di Gaza durante le operazioni militari e gli attacchi a Gaza a partire dal 7 ottobre 2023. La Commissione – presieduta da Navi Pillay (ne fanno parte anche due esperti dell’Onu, ossia Miloon Kothari e Chris Sidoti) – ha evidenziato l’impossibilità di raccogliere prove dirette sul campo a causa del divieto di accesso ai membri della Commissione nella Striscia di Gaza imposto dalle autorità israeliane; tuttavia, le prove raccolte, basate su numerose testimonianze, immagini satellitari e rapporti medici, portano a un’unica conclusione circa la perpetrazione dei succitati crimini.
- 19 luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha affermato che l’occupazione di Israele, che dura da 57 anni, è illegale. Israele deve smantellarla immediatamente, insieme ai suoi insediamenti illegali. La Corte ha condannato l’apartheid che l’ha sostenuta e chiede di risarcire i palestinesi.
- 18 settembre 2024, L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha appoggiato a stragrande maggioranza una risoluzione che chiede a Israele di porre fine entro un anno alla sua presenza illegale a Gaza e nella Cisgiordania occupata, con il ritiro di tutte le forze israeliane e l’evacuazione dei coloni dai territori palestinesi occupati; esorta i Paesi a imporre sanzioni a coloro che sono responsabili del mantenimento della presenza di Israele nei territori e a fermare le esportazioni di armi verso Israele se si sospetta che vengano utilizzate in quei territori. Inoltre, la risoluzione chiede che Israele paghi un risarcimento ai palestinesi per i danni causati dalla sua occupazione, invitando i Paesi a prendere provvedimenti per impedire il commercio o gli investimenti che mantengono la presenza di Israele nei territori. La risoluzione deriva dal precedente parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio.
la Rete si mobilita per ottenere:
- Il cessate il fuoco permanente a Gaza, la fine dell’occupazione militare israeliana e del regime di apartheid in tutta la Palestina, il diritto al ritorno delle profughe e dei profughi palestinesi;
- L’impegno del Governo e del Ministero dell’Istruzione e del Merito a sostenere il processo di ricostruzione delle istituzioni scolastiche palestinesi, e a difendere il diritto all’istruzione di bambin* e ragazz* palestinesi attraverso la creazione di corridoi umanitari che consentano l’accoglienza e l’integrazione dei bambini profughi di guerra palestinesi; attraverso un piano di accoglienza analogo a quello che si era strutturato per aiutare i piccoli e giovani profughi ucraini a partire dal marzo 2022 (Emergenza educativa ucraina) per garantire il diritto allo studio e il supporto psicologico dei piccoli o dei giovani profughi, mettendo a disposizione delle scuole i fondi economici, materiali didattici, percorsi formativi e strumenti utili agli insegnanti. Il mondo della scuola tutto non può accettare e avallare l’esistenza di doppi standard che distinguano le vittime civili – soprattutto se bambin* e ragazz* – in vittime “di serie A” e vittime “di serie B”.
- La sospensione dei rapporti diplomatici e politici italiani con tutte le istituzioni israeliane implicate nelle politiche coloniali, militari e di apartheid, finché il Governo israeliano non cessi il massacro di civili palestinesi e le politiche di occupazione, espropriazione e pulizia etnica;
- L’interruzione di ogni collaborazione della scuola con l’industria bellica: una misura indispensabile a riconoscere l’estraneità dei percorsi educativi e formativi a logiche di militarizzazione, affinché la scuola non diventi terreno fertile per la propaganda militare;
- Il contrasto all’islamofobia e alla disumanizzazione delle popolazioni arabe, in particolare di religione islamica, attraverso la promozione di percorsi di approfondimento e contestualizzazione storica (si pensi al concetto di “terrorismo islamico”), di conoscenza delle produzioni artistico-letterarie e intellettuali del mondo arabo, che aiutino a scardinare e decostruire pregiudizi e misconoscenze che fomentano l’odio e la violenza;
- La promozione della letteratura, dell’arte, della cultura palestinese;
- Coerentemente con i valori fondanti della professione docente, la Rete si impegna in un lavoro profondo e duraturo di decolonizzazione del Sapere: un lavoro che va al di là dell’attualità del genocidio e riguarda non solo la Palestina ma tutti i Paesi che hanno subito o subiscono la colonizzazione occidentale, e che coinvolge in prima persona le alunne e gli alunni provenienti da contesti migratori, la cui migrazione è stata causata dalla colonizzazione stessa. Alunn* e student* che vivono una narrazione familiare alla quale la nostra società e la scuola non sono interessate, e che spesso calpestano e censurano.
Oggi più che mai, appare urgente abbandonare il quadro di riferimento pedagogico attuale dell’“intercultura” per approdare a un Sapere “decoloniale”, bisogna passare cioè da una visione dell’incontro tra culture come semplice intreccio e dialogo tra elementi diversi, come se fosse uno scambio tra pari, a un’analisi delle differenze culturali che metta in luce la conflittualità che emerge dall’incontro di culture diverse e le asimmetrie di potere (una visione proficua, dunque, anche in un’ottica intersezionale). Occorre analizzare la differenza culturale da un punto di vista politico e del potere, perché ignorare questi aspetti significa mettere tutte le culture politicamente sullo stesso piano, significa solo mantenere lo status quo, a vantaggio esclusivo delle culture oggi dominanti, com’è appunto il caso della Palestina.
La Rete si impegna a svolgere attività di informazione e sensibilizzazione interna ed esterna alla scuola; a mobilitarsi in sostegno delle azioni di protesta contro il perpetuarsi del genocidio, dell’apartheid e dell’occupazione in Palestina; si adopera come “gruppo di pressione” con azioni che chiedano conto dell’operato del Governo, delle scelte che – secondo il Diritto Umanitario Internazionale – stanno conducendo il nostro Paese a essere complice in genocidio.
La scuola deve continuare a essere un baluardo imprescindibile della società civile e democratica, fondata sul libero pensiero, sulla conoscenza, sul rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani e dell’ambiente.
Manifesto