La scorsa estate il governo italiano ha richiesto un finanziamento europeo di 14 miliardi di euro per armamenti. E questo mentre il carovita è ormai insostenibile: la benzina, la spesa, le bollette, gli affitti. Gli stipendi restano fermi e il potere d’acquisto si riduce mese dopo mese. Questo prestito per comprare armi, oltre a ricadere sulle future generazioni, sottrae risorse che potrebbero migliorare la vita reale delle persone: istruzione, salari, sanità, energia.
Lo sciopero del 30 ottobre parla anche di questo perché guerra e carovita sono due facce della stessa medaglia: chi ci chiede sacrifici per l’economia di guerra è lo stesso che ci chiede di rassegnarci a vite sempre più precarie. Noi non ci rassegniamo.
Per noi è chiaro che anche le scuole, proprio come i porti, sono luoghi cruciali per opporsi al riarmo, alla deriva bellicista e al genocidio del popolo palestinese. Ed è chiaro perché, come docenti, assistiamo a una presenza sempre più pressante dei militari nelle scuole e dell’industria delle armi nei percorsi formativi. Infatti le armi hanno bisogno di qualcun* che le usi. Questa presenza si materializza attraverso conferenze di orientamento promosse dalle forze armate e pubblicizzate dalle stesse istituzioni scolastiche, collaborazioni strutturate tra aziende produttrici di armi e istituti di ogni ordine e grado, percorsi formativi e bandi di selezione rivolti alle classi finali e proposti a studenti e famiglie come occasioni di qualificazione professionale e di futuro lavoro.
Tutto ciò viene presentato come opportunità di qualificazione e di inserimento occupazionale. In realtà queste collaborazioni legittimano culturalmente l’industria bellica e normalizzano, negli spazi educativi pubblici, la violenza coloniale e il genocidio in corso contro la popolazione palestinese.
Noi docenti abbiamo il dovere di dire quanto questa prospettiva sia lontana dai nostri principi etici ed educativi. Va contro ogni principio pedagogico esporre bambine e bambini, ragazze e ragazzi a una cultura militare fondata sull’accettazione acritica dell’esistente e sull’obbedienza alla gerarchia. Il nostro compito è educare alla pace, al pensiero critico e alla solidarietà.
E’ altrettanto chiaro che, dal momento che esiste una chiara indisponibilità della società civile verso l’economia di guerra, il decisore politico prova a presentare il riarmo, il servizio di leva, le forze armate nelle scuole, sotto le vesti rassicuranti della “partecipazione civile”. Inoltre, accanto alla legittimazione culturale della guerra, il governo vuole nascondere i dati sui passaggi di armi nei porti. È accaduto a Ravenna, dove il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso delle Dogane, dando ragione alla giornalista Linda Maggiori e all’avvocato Andrea Maestri, che chiedevano trasparenza e il rispetto della legge 185. E’ crollata così la tesi dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui la trasparenza avrebbe agevolato potenze nemiche nella guerra mondiale ibrida che coinvolge anche l’Italia. Un documento pubblico ammette dunque un conflitto mai dichiarato né votato in Parlamento, che il governo ha più volte negato. E per questo sosteniamo lo sciopero dei portuali.
Le armi passano dai porti, e a movimentarle sono lavoratrici e lavoratori in carne e ossa. A loro, come a noi, nessuno chiede se siano d’accordo. Per questo rivendichiamo l’obiezione di coscienza come diritto, per i portuali e per noi insegnanti.
I portuali devono poter rifiutarsi di caricare e movimentare materiale bellico destinato a conflitti e a teatri di violazione dei diritti umani, senza ritorsioni, sanzioni disciplinari o licenziamenti. La Costituzione ripudia la guerra (art. 11) e la legge 185 del 1990 vieta l’esportazione di armamenti verso Paesi in guerra o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani: chi rifiuta di partecipare a una filiera che viola quei principi non può essere punito, perché fa rispettare la legge.
Lo stesso vale per la scuola. La libertà di insegnamento è tutelata dall’art. 33 della Costituzione, e il nostro mandato è educare, non reclutare. Come docenti rivendichiamo il diritto di:
- non partecipare a incontri di orientamento, conferenze e percorsi formativi organizzati da forze armate e industrie belliche;
- non accompagnare le classi a queste attività e non essere obbligati a presentarle come opportunità di carriera;
- esprimere in collegio docenti e nelle sedi di lavoro il proprio dissenso, senza richiami, note o procedimenti disciplinari;
- tutelare studenti e studentesse dalla pressione a partecipare a percorsi che non condividono.
Se leva obbligatoria e militarizzazione degli spazi educativi tornano all’ordine del giorno, il diritto all’obiezione di coscienza deve essere garantito a tutte e a tutti, non concesso caso per caso. È una questione di libertà e di dignità del lavoro.
Il 30 ottobre saremo in piazza a sostegno dei portuali perché, dalle scuole ai porti si sta cercando di far passare la guerra come qualcosa di normale e ineluttabile, senza dirci niente e senza chiederci il permesso.
Noi non ci stiamo.
Invitiamo colleghe e colleghi, studenti e studentesse, famiglie a scioperare con noi il 30 ottobre e a riempire le piazze.
Docenti per Gaza