I bambini sono tutti uguali?
I bambini sono tutti uguali? Chi per mestiere frequenta quotidianamente persone dai tre anni alla maggiore età (ricordiamo che per il diritto internazionale si definisce bambino o fanciullo ogni essere umano di età inferiore ai diciotto anni) non può dare una risposta senza prima porsi un’altra domanda: di quale genere di uguaglianza stiamo parlando? Perché basta avere una conoscenza minima dei principi fondamentali della nostra Costituzione, oltre che esperienza con generazioni di studenti e famiglie, per capire che c’è una grande differenza tra uguaglianza formale (Art. 3 comma 1) e sostanziale (Art. 3 comma 2). Quindi, se tutti i cittadini (ricordiamo, ancora, che secondo la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia i bambini sono riconosciuti a pieno titolo come cittadini non “del futuro”, ma del presente, con diritti che valgono qui e ora) sono uguali davanti alla legge e hanno pari dignità sociale, senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali e sociali, che non possono dare adito a discriminazioni, il secondo comma riconosce che nella realtà esistono disparità economiche e sociali che rendono le persone, di fatto, diseguali. Per questo, la Costituzione assegna alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Più in generale, ogni insegnante dovrebbe sempre tenere a mente la lezione di don Milani, secondo cui “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Ma allora, perché dovremmo considerare acriticamente uguali bambini palestinesi e bambini israeliani? Perché non dovremmo tener conto delle condizioni materiali – sociali, culturali, economiche, politiche – in cui vivono? A chi giova portare avanti una narrazione che essenzializza i bambini, sottraendo loro le specificità che li determinano come persone con una propria storia, identità, appartenenza, come persone portatrici di diritti goduti o negati? Bambini palestinesi e bambini israeliani sono certamente eguali formalmente, al di là del loro essere ebrei, musulmani o cristiani e quale che sia la loro carnagione, lingua, genere. Ma da un punto di vista sostanziale sarebbe colpevole e crudelmente ingiusto ignorare quanto sia differente il loro status in ragione dell’oppressione di stampo coloniale che Israele esercita sulla Palestina.
Come Docenti per Gaza, riteniamo basilare espungere dal nostro vocabolario il termine “conflitto”, se riferito alla questione palestinese, e la mistificazione che si cela dietro di esso, così come nei vari discorsi che mettono Palestina e Israele sullo stesso piano, facendo parti uguali tra disuguali, nascondendo o minimizzando l’estrema violenza dell’occupazione militare, della sottrazione di territori e risorse, del regime di apartheid da parte di Israele ai danni dei palestinesi.
La popolazione israeliana e quella palestinese non sono “uguali”, perché non detengono lo stesso potere, la violenza che l’oppressore esercita sull’oppresso non è pari a quella che quest’ultimo gli restituisce per tentare di resistere alla propria cancellazione. In questo preciso contesto si collocano i bambini, e se vogliamo riconoscere e rispettare la loro dignità di persone, dobbiamo rifiutarne la strumentalizzazione a fini propagandistici, la riduzione a simbolo sterile, utile solo a mantenere lo status quo, se non a sostenere la pulizia etnica che Israele continua a perpetrare in Palestina con il pretesto della sicurezza, lasciando intendere, appunto, che dall’altra parte venga esercitata nei suoi confronti una violenza di pari intensità e misura.
Emblema della narrazione essenzialista e mistificatoria che da decenni occulta e travisa l’occupazione militare e coloniale israeliana sulle terre palestinesi, è proprio l’immagine di due bambini: uno “palestinese” e uno israeliano, uno con la kippà, l’altro con la keffiyeh, fotografati di spalle mentre si allontanano, abbracciati, tra le strade di Gerusalemme. Ma quella foto celebre, ormai iconica, riprodotta migliaia di volte (ora riportata anche su un murales a Massafra, in provincia di Taranto), diventata “simbolo della pace israelo-palestinese” non è altro che una montatura, un ritratto costruito a tavolino.
La fotoreporter americana Ricky Rosen la scattò nel 1993, poco dopo gli accordi di Oslo, su commissione di un settimanale canadese che voleva esattamente quella immagine: come ha raccontato al quotidiano Haaretz, l’agenzia le aveva fatto addirittura un disegnino: doveva essere un’immagine simbolica della “strada verso la pace”. Rosen chiese al figlio di un amico giornalista, Zvi Shapiro, di fare il bambino con la kippà, mentre per il ruolo del bambino con la keffiyeh (difficile trovare un vero bambino palestinese in quel clima post-Intifada) coinvolse un amichetto di Zvi, Zemer Aloni, anche lui ebreo israeliano, ma di origini iraniane, quindi con un aspetto ritenuto “adatto”. Persino la keffiyeh era “strumentale”: Rosen la teneva sul cruscotto della sua auto durante i reportage, per precauzione contro possibili sassaiole e, peraltro, è stata fatta indossare come avrebbe fatto un anziano, non un ragazzino. Naturalmente, la fotografa rifiuta con sdegno la definizione di “falso”, preferendo considerare la sua foto “un’illustrazione simbolica di pace e coesistenza”.
Ora, dopo decenni in cui le reali motivazioni e cause della questione palestinese sono state inquinate da questo genere di retorica; dopo decenni in cui viene amplificata e sostenuta la voce dell’occupante israeliano che diffonde e radica nella mente delle persone l’idea che la paura dei razzi, le fughe nei bunker, il “desiderio di sicurezza” non abbiano la loro origine nell’occupazione stessa e non solo siano paragonabili, ma addirittura equivalenti al dolore di donne, uomini e – sì – bambini, cacciati dalle loro case, costretti a demolire le proprie stesse case, a vedere sradicati i propri ulivi (spesso unica fonte di sostentamento), essere costretti ad attese estenuanti ai checkpoint, a vedere familiari, parenti, amici, terrorizzati, feriti, uccisi dai coloni o dai soldati, madri che non sanno mai se i propri figli torneranno dopo la scuola – sempre che sia loro concesso di andare a scuola, sempre che le scuole non siano state anch’esse demolite – essere colpiti dai cecchini sulle torrette, essere impediti nei movimenti da un muro di separazione, vivere in città e villaggi periodicamente devastati dai bulldozer, non avere accesso all’acqua potabile – ebbene, dopo tutto questo, continuare a diffondere immagini di “due-bambini” come fossero equivalenti e intercambiabili, egualmente vittime di una violenza estranea a entrambi, reciproca e simmetrica, significa cancellare ogni responsabilità storica e politica, riducendo un’oppressione strutturale a un fraintendimento sentimentale che un semplice abbraccio potrebbe risolvere.
I dati più recenti diffusi da UNICEF e Save the Children restituiscono in termini quantificabili la portata di questa asimmetria. Secondo l’UNICEF, anche dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco dell’ottobre 2025, i bambini palestinesi hanno continuato a morire a Gaza a un ritmo di circa uno al giorno: a otto mesi dalla tregua, l’agenzia ne conta oltre 265 uccisi e più di 400 feriti e mutilati, molti colpiti mentre giocavano, pescavano o si trovavano nelle proprie case. Nei due anni precedenti, sempre secondo l’UNICEF, erano stati uccisi o mutilati circa 64.000 bambini nella Striscia, tra cui almeno 1.000 neonati.
Anche la Cisgiordania mostra numeri in crescita. Tra l’ottobre 2023 e la fine del 2024, la violenza dei coloni e le demolizioni delle forze israeliane hanno causato lo sfollamento di oltre 1.500 palestinesi in Cisgiordania, tra cui circa la metà erano minori. Nel solo periodo tra ottobre 2023 e la fine del 2024, oltre 150 minori palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania da forze israeliane o coloni. Secondo Save the Children, nei soli primi tre mesi del 2026 la violenza dei coloni israeliani, il più delle volte agevolata dalle forze di occupazione, ha costretto allo sfollamento 685 minori, contro una media di circa 63 nello stesso periodo dei tre anni precedenti; nello stesso arco di tempo 7 bambini sono stati uccisi dalle forze israeliane e 35 feriti, 22 dei quali dai coloni. A questo si aggiunge la detenzione minorile: si stima che ogni anno tra i 500 e i 1.000 minorenni palestinesi vengano trattenuti dai militari israeliani e processati in tribunali militari anziché civili – unico caso al mondo, esempio lampante di cosa voglia dire apartheid – spesso dopo essere stati percossi, ammanettati e bendati, e sottoposti a isolamento, privazione di cibo, acqua, sonno e assistenza legale, come documentano le inchieste “Injustice” e “Senza difesa” di Save the Children.
A giugno 2026 una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha dedicato un intero rapporto (solo il secondo caso nella sua storia) alle violazioni commesse contro i minori, concludendo che le autorità e le forze di occupazione israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, ritenendole responsabili di crimini di guerra in Cisgiordania e di genocidio e crimini contro l’umanità a Gaza. Sono dati che non lasciano spazio a letture simmetriche, poiché raccontano un’unica traiettoria della violenza. Ed è proprio questa direzione che immagini consolatorie come quella dei due bambini abbracciati rischiano di oscurare, restituendo al pubblico una favola di reciprocità dove reciprocità, nei fatti, non c’è. È per questo, infine, che Docenti per Gaza, pur comprendendo le buone intenzioni di libri, pièce teatrali, film, iniziative che vedono come protagonisti “un bambino israeliano e un bambino palestinese” non intende in alcun modo sostenerne la promozione, reputando questo genere di narrazioni estremamente dannose per la causa palestinese, come dimostrano i decenni di occupazione e di violazione impunita del diritto da parte di Israele.