Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo.
Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri.
Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila.
«Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me».
Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura.
Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla.
Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo.
Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario.
Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico.
E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni?
È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti.
Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta.
E quando questo accade, la violenza diventa più facile.
È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare.
Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola.
Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo.
Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti.
E allora la scuola deve fare esattamente il contrario.
Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico.
Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi.
Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione musulmana dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”.
Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura.
Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto.
È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico.
Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto.
E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità.
È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico.
Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà.
È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa.
Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo.
Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane.
Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più.
È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi.
E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza:
Momo non è un caso di cronaca. Momo è una persona.
E una società che smette di vedere le persone, prima o poi, smette di vedere anche sé stessa.
Docenti per Gaza, nodo territoriale Calabria
Lettera aperta per Momo