Non dimentichiamoci di Gaza Dall’entrata in vigore dell’accordo, Gaza non ha smesso di contare morti.1.180 persone uccise dall’esercito israeliano e 3.810 feriti. In media unx bambinx ucciso ogni giorno, dal cessate il fuoco a oggi.Non sono persone uccise in una zona di guerra, ma nelle tende in cui le hanno costrette a vivere, nelle loro scuole tenda, mentre giocavano tra le macerie. Non possiamo permetterci l’indifferenza.L’anno scorso abbiamo iniziato l’anno con un minuto di silenzio: ora bisogna prendere e dare voce! Per questo vi invitiamo ad accogliere nel primo Collegio docenti la mozione già presentata e approvata all’Istituto comprensivo “Fabrizio de André” di San Frediano a Settimo (PI) e altri a seguire che denuncia il massacro quotidiano dei bambini e delle bambine di Palestina così come descritto nell’ultimo rapporto della Commissione Indipendente delle Nazioni Unite. Suggeriamo di operare in questa maniera: manda un’e-mail alla tua scuola chiedendo l’inserimento della mozione “Non dimentichiamoci di Gaza” all’odg del primo collegio docenti dell’anno; durante il primo collegio, leggi la mozione e descrivi le 5 attività. Ogni docente, in modo pienamente legittimo, sarà libero/a di sceglierne una da fare in classe il primo giorno di scuola. Se la mozione non viene approvata, coloro che sono comunque intenzionate e intenzionati a portarla avanti possono dichiarare, sempre in sede di collegio, di avvalersi quindi dell’opzione di minoranza (vedi seguito); il primo giorno di scuola, tieni la lezione che desideri! quando torni a casa, compila il form per la raccolta delle resituzioni (A QUESTO LINK). Solo in questo modo potremo avere un’idea incontestabile della nostra forza e legittimità. L’invito è di ricominciare a parlare del genocidio insito in ogni occupazione coloniale, contro ogni intimidazione giunta dal MIM (ispezioni) e dal governo (ddl antisemitismo). Come docenti alziamo ancora la voce in onore della libertà di insegnamento. Una volta che hai svolto l’attività in classe come previsto dalla mozione, ricorda di compilare il questionario disponibile al seguente link: raccogliere e rendere pubblici i dati sulla diffusione dell’iniziativa è funzionale ricostruire l’impatto dell’azione e contrastare censura e autocensura. Il testo della mozione è riportato qui di seguito. In fondo all’articolo è disponibile un file pdf della stessa mozione che puoi scaricare. N.B. In caso di ostruzionismo o bocciatura, è possibile avvalersi dell’opzione di minoranza. ––––––––––––––––– MOZIONE PER IL COLLEGIO DOCENTI DEL … L’ultimo rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est e Israele, ci restituisce le cifre del genocidio che si sta consumando a Gaza da oltre due anni. I numeri, soprattutto quelli relativi ai minori, sono impietosi e registrano la morte di almeno 20.179 bambini e bambine, nonché il ferimento di altri 44.143. https://www.greenreport.it/news/approfondimenti/62465-in-palestina-distrutta-lessenzadellinfanzia-lonu-conferma-israele-sta-continuando-il-genocidio A ciò si aggiungono le conseguenze di natura psicologica dovute ai continui sfollamenti, ai lutti, alle separazioni familiari, all’insorgere di disabilità come esito dei bombardamenti, alla fame usata come arma di guerra e alla completa distruzione di scuole, università, ospedali e reparti per la maternità (con grave pregiudizio per la vita dei neonati e per la situazione demografica della popolazione palestinese). Le parole di Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione, riassumono perfettamente le intenzioni che stanno alla base delle operazioni “militari” messe in atto dall’esercito di Israele: «le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane» https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/06/israel-continues-commit-genocide-and-otheratrocity-crimes-deliberately Una situazione che peggiora giorno dopo giorno, nonostante il cessate il fuoco di ottobre 2025. Un’infanzia cancellata in maniera irreversibile attraverso tecniche di sterminio disumane, che pensavamo non potessero più ripetersi e che in realtà sono quotidianamente sotto i nostri occhi nel silenzio colpevole di tutte quelle democrazie che a parole dichiarano prioritaria la difesa dei diritti dei bambini e delle bambine. A ciò si aggiungano il progetto di insediamento E1 che ostacola in maniera irreversibile la continuità territoriale già fortemente compromessa della Cisgiordania e l’occupazione, celebrata dal ministro Ben Gvir, del Centro di Formazione di Qalandia rivolto a giovani profughi palestinesi dai 15 ai 19 anni. Fatti che segnano un escalation che è il nostro dovere cercare di fermare perché l’impunità di Israele non è più tollerabile. Come insegnanti, ma ancora prima come esseri umani, non possiamo assecondare questo silenzio. Così come non possiamo limitarci alle pur necessarie reazioni di sdegno e riprovazione nei confronti dei responsabili di questi crimini contro l’umanità. Abbiamo il dovere di non dimenticare e di non permettere che quanto succede in Palestina venga messo in secondo piano. Esprimiamo dunque l’intenzione di parlarne, sia tra di noi che con i nostri studenti e le nostre studentesse, per approfondire e contribuire a far conoscere una tragedia umana di cui ancora è difficile vedere la fine, e di lavorare affinché memoria e azione siano, per le nuove generazioni, strumenti per una lettura critica della realtà e richiamo a un impegno quotidiano per la difesa dei diritti di chi non ha voce. In tale prospettiva, proponiamo di iniziare il primo giorno di scuola con una delle seguenti attività: Lettura corale della poesia “Pensa agli altri” di Mahmoud Darwish link La poesia ricorda che pensare a chi non ha voce, casa, pane, parole è il primo passo per restare umani. Visione del video “Canto e canterò ancora” di Luigi Lo Cascio e Moni Ovadia link Due voci, un’unica urgenza: non smettere di denunciare, non smettere di cantare, anche quando tacere sarebbe più comodo. Da guardare insieme, per aprire un confronto in classe. Fai volare un aquilone Il governo dell’entità sionista ha recentemente dichiarato gli aquiloni fatti volare dai bambini di Gaza come una minaccia alla sicurezza nazionale e quindi nuovi obbiettivi militari, un altro passo nella distruzione del diritto all’infanzia. Per questo motivo proponiamo la costruzione di un aquilone o di un aereo di carta per simboleggiare come un gesto innocuo come il volo di un aquilone possa essere strumento di violenza coloniale ai danni dei più piccoli. Lettura della lettera del prof. Massimo Sabbatini del Liceo “Francesco Vivona” di Roma link Una lettera di fine anno ai suoi studenti neodiplomati, in cui il professore li invitava a
Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile.È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione musulmana dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più.È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca.
I bambini sono tutti uguali? I bambini sono tutti uguali? Chi per mestiere frequenta quotidianamente persone dai tre anni alla maggiore età (ricordiamo che per il diritto internazionale si definisce bambino o fanciullo ogni essere umano di età inferiore ai diciotto anni) non può dare una risposta senza prima porsi un’altra domanda: di quale genere di uguaglianza stiamo parlando? Perché basta avere una conoscenza minima dei principi fondamentali della nostra Costituzione, oltre che esperienza con generazioni di studenti e famiglie, per capire che c’è una grande differenza tra uguaglianza formale (Art. 3 comma 1) e sostanziale (Art. 3 comma 2). Quindi, se tutti i cittadini (ricordiamo, ancora, che secondo la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia i bambini sono riconosciuti a pieno titolo come cittadini non “del futuro”, ma del presente, con diritti che valgono qui e ora) sono uguali davanti alla legge e hanno pari dignità sociale, senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali e sociali, che non possono dare adito a discriminazioni, il secondo comma riconosce che nella realtà esistono disparità economiche e sociali che rendono le persone, di fatto, diseguali. Per questo, la Costituzione assegna alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Più in generale, ogni insegnante dovrebbe sempre tenere a mente la lezione di don Milani, secondo cui “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Ma allora, perché dovremmo considerare acriticamente uguali bambini palestinesi e bambini israeliani? Perché non dovremmo tener conto delle condizioni materiali – sociali, culturali, economiche, politiche – in cui vivono? A chi giova portare avanti una narrazione che essenzializza i bambini, sottraendo loro le specificità che li determinano come persone con una propria storia, identità, appartenenza, come persone portatrici di diritti goduti o negati? Bambini palestinesi e bambini israeliani sono certamente eguali formalmente, al di là del loro essere ebrei, musulmani o cristiani e quale che sia la loro carnagione, lingua, genere. Ma da un punto di vista sostanziale sarebbe colpevole e crudelmente ingiusto ignorare quanto sia differente il loro status in ragione dell’oppressione di stampo coloniale che Israele esercita sulla Palestina. Come Docenti per Gaza, riteniamo basilare espungere dal nostro vocabolario il termine “conflitto”, se riferito alla questione palestinese, e la mistificazione che si cela dietro di esso, così come nei vari discorsi che mettono Palestina e Israele sullo stesso piano, facendo parti uguali tra disuguali, nascondendo o minimizzando l’estrema violenza dell’occupazione militare, della sottrazione di territori e risorse, del regime di apartheid da parte di Israele ai danni dei palestinesi. La popolazione israeliana e quella palestinese non sono “uguali”, perché non detengono lo stesso potere, la violenza che l’oppressore esercita sull’oppresso non è pari a quella che quest’ultimo gli restituisce per tentare di resistere alla propria cancellazione. In questo preciso contesto si collocano i bambini, e se vogliamo riconoscere e rispettare la loro dignità di persone, dobbiamo rifiutarne la strumentalizzazione a fini propagandistici, la riduzione a simbolo sterile, utile solo a mantenere lo status quo, se non a sostenere la pulizia etnica che Israele continua a perpetrare in Palestina con il pretesto della sicurezza, lasciando intendere, appunto, che dall’altra parte venga esercitata nei suoi confronti una violenza di pari intensità e misura. Emblema della narrazione essenzialista e mistificatoria che da decenni occulta e travisa l’occupazione militare e coloniale israeliana sulle terre palestinesi, è proprio l’immagine di due bambini: uno “palestinese” e uno israeliano, uno con la kippà, l’altro con la keffiyeh, fotografati di spalle mentre si allontanano, abbracciati, tra le strade di Gerusalemme. Ma quella foto celebre, ormai iconica, riprodotta migliaia di volte (ora riportata anche su un murales a Massafra, in provincia di Taranto), diventata “simbolo della pace israelo-palestinese” non è altro che una montatura, un ritratto costruito a tavolino. La fotoreporter americana Ricky Rosen la scattò nel 1993, poco dopo gli accordi di Oslo, su commissione di un settimanale canadese che voleva esattamente quella immagine: come ha raccontato al quotidiano Haaretz, l’agenzia le aveva fatto addirittura un disegnino: doveva essere un’immagine simbolica della “strada verso la pace”. Rosen chiese al figlio di un amico giornalista, Zvi Shapiro, di fare il bambino con la kippà, mentre per il ruolo del bambino con la keffiyeh (difficile trovare un vero bambino palestinese in quel clima post-Intifada) coinvolse un amichetto di Zvi, Zemer Aloni, anche lui ebreo israeliano, ma di origini iraniane, quindi con un aspetto ritenuto “adatto”. Persino la keffiyeh era “strumentale”: Rosen la teneva sul cruscotto della sua auto durante i reportage, per precauzione contro possibili sassaiole e, peraltro, è stata fatta indossare come avrebbe fatto un anziano, non un ragazzino. Naturalmente, la fotografa rifiuta con sdegno la definizione di “falso”, preferendo considerare la sua foto “un’illustrazione simbolica di pace e coesistenza”. Ora, dopo decenni in cui le reali motivazioni e cause della questione palestinese sono state inquinate da questo genere di retorica; dopo decenni in cui viene amplificata e sostenuta la voce dell’occupante israeliano che diffonde e radica nella mente delle persone l’idea che la paura dei razzi, le fughe nei bunker, il “desiderio di sicurezza” non abbiano la loro origine nell’occupazione stessa e non solo siano paragonabili, ma addirittura equivalenti al dolore di donne, uomini e – sì – bambini, cacciati dalle loro case, costretti a demolire le proprie stesse case, a vedere sradicati i propri ulivi (spesso unica fonte di sostentamento), essere costretti ad attese estenuanti ai checkpoint, a vedere familiari, parenti, amici, terrorizzati, feriti, uccisi dai coloni o dai soldati, madri che non sanno mai se i propri figli torneranno dopo la scuola – sempre che sia loro concesso di andare a scuola, sempre che le scuole non siano state anch’esse demolite – essere colpiti dai cecchini sulle torrette, essere impediti nei movimenti da un muro di separazione, vivere in città e villaggi periodicamente devastati dai bulldozer, non avere accesso all’acqua potabile – ebbene, dopo tutto questo, continuare a diffondere immagini di
In data 2 luglio, gli Uffici Regionali Scolastici hanno ricevuto una comunicazione riservata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito con la richiesta di comunicare eventuali incontri svolti in orario scolastico con Imam e visite didattiche presso Moschee, specificando, ove possibile, il numero delle scuole coinvolte. Come mai il MIM ha diramato una richiesta di questo tenore? La risposta sta nelle due Risoluzioni, attualmente in esame della VII Commissione della Camera dei Deputati, presentate dall’on. Sasso (Futuro Nazionale) e on. Miele (Lega), riguardanti, rispettivamente, il rischio di ‘indottrinamento islamista’ e il rafforzamento delle garanzie di pluralismo nelle scuole. Pertanto, appare chiaro il fine ultimo della richiesta stessa: non, eventualmente, quello di valorizzare, e dunque rendicontare, le attività inerenti al dialogo interreligioso e interculturale, ma al contrario quello di estendere la retorica nazionalista arabofoba e islamofoba, richiamandosi alla falsa necessità di fronteggiare il pericolo di radicalismo islamista nel nostro Paese e, dunque, nelle nostre scuole. Per la rete Docenti per Gaza, questa misura rappresenta l’ennesimo attacco del MIM nei confronti della scuola pubblica, calpestando ancora una volta la Costituzione, la pedagogia, la professionalità del corpo docente, l’apprendimento delle classi e il ruolo delle famiglie. Ecco le nostre ragioni: Il censimento delle attività progettate e promosse dal corpo docente, dunque approvate dalla Dirigenza, mina la libertà di insegnamento (art. 33) e l’autonomia scolastica, operando nuovamente intimidazioni e censure; Il censimento rivolto soltanto alle attività inerenti un credo religioso calpesta gli artt. 3 e 19 della Costituzione, dove viene proclamata la libertà religiosa e il principio d’uguaglianza a prescindere dalla religione professata; Le due risoluzioni, e dunque il censimento imposto, sono in netto contrasto non solo con la Costituzione, ma anche con le Linee guida per l’Ed.Civica, che prevedono attività di cittadinanza attiva, promuovendo il dialogo interculturale; Le due risoluzioni, e dunque il censimento imposto, sono in netto contrasto con l’Agenda 2030 che, tra i suoi obiettivi primari, ha la promozione di società inclusive, frutto della lotta alle discriminazioni e della comprensione della diversità culturale. Ci preme poi ricordare la differenza di trattamento tra attività sui tre monoteismi: mentre oggi viene richiesto un censimento di matrice razzista nei confronti della religione musulmana, tacciata di integralismo e di radicalizzazione delle classi, le attività sulla religione ebraica sono invece continuamente promosse a tal punto che l’Osservatorio contro l’antisemitismo ne richiede il censimento per valutare l’azione di contrasto all’antisemitismo nelle scuole. Dunque, le attività su ebraismo e Shoah vengono promosse in ottica di dialogo interculturale, mentre le attività sull’Islam vengono considerate indottrinanti e pericolose, tradendo pertanto un preoccupante bias di matrice islamofoba e razzista. Inoltre, dobbiamo sottolineare come il consenso informato richiesto dall’On. Miele non sia però stato previsto per l’entrata nelle scuole di soldati dell’IDF e delle Comunità Ebraiche, palesemente schierate a favore della politica genocidiaria di Israele nei confronti del popolo palestinese. Vogliamo anche ricordare come il mondo cattolico nelle scuole abbia offerto il destro ad associazioni Pro Vita, come Teen Star, che diffondono un modello di educazione sessuo-affettiva erronea, improntata al mantenimento degli stereotipi di genere in ottica omobilesboatransfobica, senza tuttavia essere interessata da alcun provvedimento di censimento. E anche in questo caso, non si è mai parlato di consenso informato. Infine, vogliamo assolutamente evidenziare la vicinanza temporale di questa schedatura a quella della popolazione palestinese nelle nostre scuole: provvedimento giustificato, a suo tempo, con esigenze di accoglienza, di cui abbiamo già parlato come Rete, e di cui però non si è avuto seguito in termini didattico-pedagogici e operativo, tanto è vero che non è stato ancora presentato un piano umanitario di accoglienza di studenti provenienti dalla Palestina (come fatto per l’emergenza Ucraina), sopravvissuti/e al genocidio e alla pulizia etnica operata da Israele. Contraddittorio è, inoltre, ciò che le Istituzioni politiche promuovono esteriormente e ciò che operativamente richiedono alle scuole: mentre le Indicazioni Nazionali imposte dal Min. Valditara parlano, in merito all’insegnamento dell’Italiano, l’analisi storico-letteraria di Bibbia e Corano in ottica di dialogo interculturale, ecco spuntare l’ennesima misura razzista nei confronti della comunità musulmana in Italia. Che le Indicazioni Nazionali, dunque, rappresentino solo una mera facciata? E questo si può applicare anche alla famosa Agenda 2030, bussola socio-politica dell’Ed. Civica e della didattica in generale, ma che viene completamente slegata dal contesto reale della società: operativamente parlando, cosa sta facendo il Ministero del MIM per favorire gli obiettivi 1 (abbattere la povertà) ,4 (istruzione di qualità),5 (parità di genere),10 (ridurre le disuguaglianze) e 16 (pace, giustizia e istituzioni solide)? Nell’ordine: sta privatizzando la scuola, ingrassando le maglie della povertà; sta appiattendo la qualità dell’istruzione e dell’educazione, favorendo la professionalizzazione dell’istruzione, ormai piegata alle logiche di mercato; sta contrastando ogni disegno di educazione sessuo-affettiva, vietando al corpo docente di discutere di tematiche fondamentali e percepire urgenti dalle stesse classi, oltre a disincentivare l’uso della carriera Alias; sta discriminando la comunità musulmana, la comunità studentesca italiana (e non) con background migratorio e, in ultimo, sta stringendo sempre più partnership con aziende belliche e con l’esercito italiano, sta provvedendo personalmente nel punire e censurare docenti e studenti che hanno osato trattare il genocidio, la pulizia etnica e le politiche di apartheid in Palestina, anzi favorendo l’entrata di gruppi sionisti nelle scuole. Ci chiediamo dunque se anche l’Agenda 2030 serva per pulirsi la coscienza e offrire una facciata dipinta di stucco per coprire voragini create a forza di picconate sulle pareti del sistema d’istruzione italiano. Come Docenti per Gaza, ribadiamo che la nostra scuola deve rimanere luogo di dialogo tra culture, svincolato da stereotipi e pregiudizi. Se è vero che l’Italia è uno Stato laico, allora la politica deve rispettare ogni confessione religiosa e ha il diritto morale di insegnare alle classi la straordinaria e multiforme complessità delle società attuali. Questa misura, al contrario, comunica tutta la violenza di un sistema politico razzista, islamofobo, arabofobo e ispirato a logiche autoritarie che avremmo voluto non vedere più e che, invece, continuano a ripetersi. 14/07/2026 Nuovo attacco all’Istruzione pubblica Risorse Risorse per docenti e scuole Progetti per le scuole Segnalazione libri di testo Segnalazione censure Cos’è docenti per Gaza