Docenti per Gaza

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L’11 agosto scorso, sul giornale Avvenire, è stato pubblicato un articolo del filosofo Eugenio Mazzarella, intitolato “Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza”. Da quel giorno, è stata lanciata una petizione, a cui hanno aderito molti esponenti della politica cosiddetta d’opposizione – PD, AVS, M5S e Noi Moderati -, giustificando l’adesione come un atto di protesta nei confronti dell’indifferenza dei governi occidentali (Conte), come una denuncia dell’”orrore di Gaza” (Fratoianni) e della tregua, sotto la quale non sono cessate le uccisioni di bambin* (PD), e infine come un modo per “risvegliare la responsabilità sociale e la protezione dei diritti civili” (Lupi). C’è una frase che più di tutte descrive il carattere della petizione, e la riportiamo qui: “loro (bambin* di Gaza, ndr) conoscono solo l’orrore, nudo e crudo. Loro che non hanno avuto pace, meritano il Nobel per la pace”. Ringraziamo Conte per averci dato il gancio per comprendere a pieno il nodo della petizione: il pietismo, la pornografia del dolore e uno sguardo coloniale e paternalista, proprio di chi vuole lavarsi la coscienza dei propri crimini, assegnando addirittura un premio di pace a chi viene ucciso da bombe sioniste e occidentali. Noi di Docenti per Gaza non firmeremo questa petizione, non la rilanceremo e non la diffonderemo, per diversi motivi che, per facilità di lettura, elencheremo qui sotto: -in primis, lo sguardo coloniale nei confronti della popolazione infantile e adolescenziale palestinese, che viene riconosciuta soltanto come vittima, e addirittura premiata per quello che viene definito dal filosofo stesso “un sacrificio”. Chiamare “sacrificio” il genocidio a Gaza e la pulizia etnica nei Territori Occupati sottintende una volontà della morte stessa, che chiaramente non sussiste. Siamo, ovviamente, lontani dal concetto di martirio, che parte della popolazione palestinese sostiene ogni volta che Israele, con le sue e le nostre bombe, si fa avanti nel suo piano di sterminio. Il martirio non avviene in nome della pace, ma in nome della giustizia, in nome della propria terra, e in nome di una totale remissione alla volontà del proprio Dio. La parola sacrificio, invece, allude a una resa da eroizzare, imputando alla popolazione infantile e adolescenziale palestinese la responsabilità della pace in Asia sud-occidentale e, ancora, la funzione di monito ai governi occidentali. Insomma, la vittima viene eroizzata nel proprio dolore e nella propria morte, perché utile allo sguardo lontano e sicuro di chi non mette in atto misure politiche contro Israele, ma fa lunghi discorsi sulla resilienza docile palestinese; -la petizione e l’eventuale conseguente candidatura coincide, per noi, con un’offesa all’agency della popolazione palestinese: come Mohammed el Kurd spiega bene, il popolo palestinese viene difeso dalla politica, e quindi anche dai partiti d’opposizione nostrani, soltanto quando perfettamente inerme, docile e mansueto: chi di meglio, quindi, di bambin*? Perché, al contrario, non si può parlare delle strategie di resistenza che mette in atto perfino la popolazione palestinese più piccola? E’ notizia di ieri, infatti, di come bambin* abbiano fatto volare aquiloni nel cielo di Gaza per assaporare un po’ di quella libertà che Israele, con la complicità dei governi europei, sta violando; Israele, ovviamente, ha ribadito l’equazione aquilone=drone e ha minacciato di attaccare chiunque faccia volare un aquilone, come Israele già fece nel 2018 durante la cosiddetta “Marcia del ritorno”. Perché, allora, non parlare di bambin* che nei Territori Occupati hanno avviato una protesta contro coloni ed esercito sionista, che stavano impedendo loro di andare a scuola? Il motivo è palese: all’Occidente piace una certa narrazione pietistica, invece di guardarsi allo specchio e rendersi conto di essere complice dell’uccisione di 71.000 persone, di cui 20.000 bambin* (ricordiamo che queste sono stime a ribasso e che le uccisioni continuano, giorno dopo giorno, senza contare le persone disperse, le persone senza la dignità di un corpo, le persone morte per fame, per sete, per malattia). -cosa c’è di più violento di assegnare un Nobel per la pace a quella stessa popolazione del cui genocidio siamo anche noi responsabili? Il mito degli “italiani brava gente” colpisce ancora e, con estrema vergogna, non possiamo non notare il grado di deresponsabilizzazione della politica italiana, che si autoassolve semplicemente firmando una petizione. Se per un attimo dovessimo metterci nei panni (laceri e sporchi quando fortunat) della popolazione palestinese, come suonerebbe questo premio? L’ennesima spettacolarizzazione di un genocidio, di un sistema di apartheid e di pulizia etnica, delle deportazioni, l’ennesima reificazione di un popolo e addirittura della sua porzione più innocente e fragile: i bambin*. A cosa serve assegnare un premio del genere se poi, voltata la schiena, continuiamo a stringere patti economici, commerciali, culturali e tecnologici con Israele? A cosa serve assegnare un premio del genere, mentre criminalizziamo ogni tentativo di Resistenza, armata o meno, del popolo palestinese? In sintesi, a cosa serve assegnare un premio per la Pace al popolo palestinese più piccolo, anagraficamente parlando, se la nostra politica è responsabile della violazione del loro diritto di esistere, di andare a scuola, di giocare, di amare, di farsi il bagno nel mare, di avere una casa, di avere dei genitori, di avere una famiglia integra, di avere libertà, di avere spazi pubblici ricreativi, di divertirsi? E potremmo andare avanti per ore. La risposta, per noi, è la seguente: white-saviorism. -in ultimo, questo termine, la pace. Non smetteremo mai di ribadire che la pace non serve a niente, se non accompagnata, o anzi preceduta, dalla giustizia. O forse il nobel per la pace è pensato perché, con la soluzione finale per Gaza e Territori Occupati, Israele sarà libero di appropriarsi di tutta la terra e di stabilirsi come etnia maggioritaria? Che la pace dipenda dalle morti palestinesi? Abbiamo mai chiesto al popolo palestinese cosa significhi per loro “pace”? Che tipo di pace vogliano? L’Occidente continua a percepire la pace come l’assenza di bombardamenti, senza assolutamente mettere in discussione il sistema di apartheid, la pulizia etnica, le deportazioni e le detenzioni, senza includere le restituzioni di terre e case alle persone legittime proprietarie e senza augurarsi e lavorare affinché Israele paghi per i crimini contro l’umanità e di

Non dimentichiamoci di Gaza Dall’entrata in vigore dell’accordo, Gaza non ha smesso di contare morti.1.180 persone uccise dall’esercito israeliano e 3.810 feriti. In media unx bambinx ucciso ogni giorno, dal cessate il fuoco a oggi.Non sono persone uccise in una zona di guerra, ma nelle tende in cui le hanno costrette a vivere, nelle loro scuole tenda, mentre giocavano tra le macerie. Non possiamo permetterci l’indifferenza.L’anno scorso abbiamo iniziato l’anno con un minuto di silenzio: ora bisogna prendere e dare voce! Per questo vi invitiamo ad accogliere nel primo Collegio docenti la mozione già presentata e approvata all’Istituto comprensivo “Fabrizio de André” di San Frediano a Settimo (PI) e altri a seguire che denuncia il massacro quotidiano dei bambini e delle bambine di Palestina così come descritto nell’ultimo rapporto della Commissione Indipendente delle Nazioni Unite. Suggeriamo di operare in questa maniera: manda un’e-mail alla tua scuola chiedendo l’inserimento della mozione “Non dimentichiamoci di Gaza” all’odg del primo collegio docenti dell’anno; durante il primo collegio, leggi la mozione e descrivi le 5 attività. Ogni docente, in modo pienamente legittimo, sarà libero/a di sceglierne una da fare in classe il primo giorno di scuola. Se la mozione non viene approvata, coloro che sono comunque intenzionate e intenzionati a portarla avanti possono dichiarare, sempre in sede di collegio, di avvalersi quindi dell’opzione di minoranza (vedi seguito); il primo giorno di scuola, tieni la lezione che desideri! quando torni a casa, compila il form per la raccolta delle resituzioni (A QUESTO LINK). Solo in questo modo potremo avere un’idea incontestabile della nostra forza e legittimità. L’invito è di ricominciare a parlare del genocidio insito in ogni occupazione coloniale, contro ogni intimidazione giunta dal MIM (ispezioni) e dal governo (ddl antisemitismo). Come docenti alziamo ancora la voce in onore della libertà di insegnamento. Una volta che hai svolto l’attività in classe come previsto dalla mozione, ricorda di compilare il questionario disponibile al seguente link: raccogliere e rendere pubblici i dati sulla diffusione dell’iniziativa è funzionale ricostruire l’impatto dell’azione e contrastare censura e autocensura. Il testo della mozione è riportato qui di seguito. In fondo all’articolo è disponibile un file pdf della stessa mozione che puoi scaricare. N.B. In caso di ostruzionismo o bocciatura, è possibile avvalersi dell’opzione di minoranza. ––––––––––––––––– MOZIONE PER IL COLLEGIO DOCENTI DEL … L’ultimo rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est e Israele, ci restituisce le cifre del genocidio che si sta consumando a Gaza da oltre due anni. I numeri, soprattutto quelli relativi ai minori, sono impietosi e registrano la morte di almeno 20.179 bambini e bambine, nonché il ferimento di altri 44.143. https://www.greenreport.it/news/approfondimenti/62465-in-palestina-distrutta-lessenzadellinfanzia-lonu-conferma-israele-sta-continuando-il-genocidio A ciò si aggiungono le conseguenze di natura psicologica dovute ai continui sfollamenti, ai lutti, alle separazioni familiari, all’insorgere di disabilità come esito dei bombardamenti, alla fame usata come arma di guerra e alla completa distruzione di scuole, università, ospedali e reparti per la maternità (con grave pregiudizio per la vita dei neonati e per la situazione demografica della popolazione palestinese). Le parole di Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione, riassumono perfettamente le intenzioni che stanno alla base delle operazioni “militari” messe in atto dall’esercito di Israele: «le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane» https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/06/israel-continues-commit-genocide-and-otheratrocity-crimes-deliberately Una situazione che peggiora giorno dopo giorno, nonostante il cessate il fuoco di ottobre 2025. Un’infanzia cancellata in maniera irreversibile attraverso tecniche di sterminio disumane, che pensavamo non potessero più ripetersi e che in realtà sono quotidianamente sotto i nostri occhi nel silenzio colpevole di tutte quelle democrazie che a parole dichiarano prioritaria la difesa dei diritti dei bambini e delle bambine. A ciò si aggiungano il progetto di insediamento E1 che ostacola in maniera irreversibile la continuità territoriale già fortemente compromessa della Cisgiordania e l’occupazione, celebrata dal ministro Ben Gvir, del Centro di Formazione di Qalandia rivolto a giovani profughi palestinesi dai 15 ai 19 anni. Fatti che segnano un escalation che è il nostro dovere cercare di fermare perché l’impunità di Israele non è più tollerabile. Come insegnanti, ma ancora prima come esseri umani, non possiamo assecondare questo silenzio. Così come non possiamo limitarci alle pur necessarie reazioni di sdegno e riprovazione nei confronti dei responsabili di questi crimini contro l’umanità. Abbiamo il dovere di non dimenticare e di non permettere che quanto succede in Palestina venga messo in secondo piano. Esprimiamo dunque l’intenzione di parlarne, sia tra di noi che con i nostri studenti e le nostre studentesse, per approfondire e contribuire a far conoscere una tragedia umana di cui ancora è difficile vedere la fine, e di lavorare affinché memoria e azione siano, per le nuove generazioni, strumenti per una lettura critica della realtà e richiamo a un impegno quotidiano per la difesa dei diritti di chi non ha voce. In tale prospettiva, proponiamo di iniziare il primo giorno di scuola con una delle seguenti attività: Lettura corale della poesia “Pensa agli altri” di Mahmoud Darwish link La poesia ricorda che pensare a chi non ha voce, casa, pane, parole è il primo passo per restare umani. Visione del video “Canto e canterò ancora” di Luigi Lo Cascio e Moni Ovadia link Due voci, un’unica urgenza: non smettere di denunciare, non smettere di cantare, anche quando tacere sarebbe più comodo. Da guardare insieme, per aprire un confronto in classe. Fai volare un aquilone Il governo dell’entità sionista ha recentemente dichiarato gli aquiloni fatti volare dai bambini di Gaza come una minaccia alla sicurezza nazionale e quindi nuovi obbiettivi militari, un altro passo nella distruzione del diritto all’infanzia. Per questo motivo proponiamo la costruzione di un aquilone o di un aereo di carta per simboleggiare come un gesto innocuo come il volo di un aquilone possa essere strumento di violenza coloniale ai danni dei più piccoli. Lettura della lettera del prof. Massimo Sabbatini del Liceo “Francesco Vivona” di Roma link Una lettera di fine anno ai suoi studenti neodiplomati, in cui il professore li invitava a

Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile.È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione musulmana dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più.È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca.

I bambini sono tutti uguali? I bambini sono tutti uguali? Chi per mestiere frequenta quotidianamente persone dai tre anni alla maggiore età (ricordiamo che per il diritto internazionale si definisce bambino o fanciullo ogni essere umano di età inferiore ai diciotto anni) non può dare una risposta senza prima porsi un’altra domanda: di quale genere di uguaglianza stiamo parlando? Perché basta avere una conoscenza minima dei principi fondamentali della nostra Costituzione, oltre che esperienza con generazioni di studenti e famiglie, per capire che c’è una grande differenza tra uguaglianza formale (Art. 3 comma 1) e sostanziale (Art. 3 comma 2). Quindi, se tutti i cittadini (ricordiamo, ancora, che secondo la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia i bambini sono riconosciuti a pieno titolo come cittadini non “del futuro”, ma del presente, con diritti che valgono qui e ora) sono uguali davanti alla legge e hanno pari dignità sociale, senza alcuna distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali e sociali, che non possono dare adito a discriminazioni, il secondo comma riconosce che nella realtà esistono disparità economiche e sociali che rendono le persone, di fatto, diseguali. Per questo, la Costituzione assegna alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Più in generale, ogni insegnante dovrebbe sempre tenere a mente la lezione di don Milani, secondo cui “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Ma allora, perché dovremmo considerare acriticamente uguali bambini palestinesi e bambini israeliani? Perché non dovremmo tener conto delle condizioni materiali – sociali, culturali, economiche, politiche – in cui vivono? A chi giova portare avanti una narrazione che essenzializza i bambini, sottraendo loro le specificità che li determinano come persone con una propria storia, identità, appartenenza, come persone portatrici di diritti goduti o negati? Bambini palestinesi e bambini israeliani sono certamente eguali formalmente, al di là del loro essere ebrei, musulmani o cristiani e quale che sia la loro carnagione, lingua, genere. Ma da un punto di vista sostanziale sarebbe colpevole e crudelmente ingiusto ignorare quanto sia differente il loro status in ragione dell’oppressione di stampo coloniale che Israele esercita sulla Palestina. Come Docenti per Gaza, riteniamo basilare espungere dal nostro vocabolario il termine “conflitto”, se riferito alla questione palestinese, e la mistificazione che si cela dietro di esso, così come nei vari discorsi che mettono Palestina e Israele sullo stesso piano, facendo parti uguali tra disuguali, nascondendo o minimizzando l’estrema violenza dell’occupazione militare, della sottrazione di territori e risorse, del regime di apartheid da parte di Israele ai danni dei palestinesi. La popolazione israeliana e quella palestinese non sono “uguali”, perché non detengono lo stesso potere, la violenza che l’oppressore esercita sull’oppresso non è pari a quella che quest’ultimo gli restituisce per tentare di resistere alla propria cancellazione. In questo preciso contesto si collocano i bambini, e se vogliamo riconoscere e rispettare la loro dignità di persone, dobbiamo rifiutarne la strumentalizzazione a fini propagandistici, la riduzione a simbolo sterile, utile solo a mantenere lo status quo, se non a sostenere la pulizia etnica che Israele continua a perpetrare in Palestina con il pretesto della sicurezza, lasciando intendere, appunto, che dall’altra parte venga esercitata nei suoi confronti una violenza di pari intensità e misura. Emblema della narrazione essenzialista e mistificatoria che da decenni occulta e travisa l’occupazione militare e coloniale israeliana sulle terre palestinesi, è proprio l’immagine di due bambini: uno “palestinese” e uno israeliano, uno con la kippà, l’altro con la keffiyeh, fotografati di spalle mentre si allontanano, abbracciati, tra le strade di Gerusalemme. Ma quella foto celebre, ormai iconica, riprodotta migliaia di volte (ora riportata anche su un murales a Massafra, in provincia di Taranto), diventata “simbolo della pace israelo-palestinese” non è altro che una montatura, un ritratto costruito a tavolino. La fotoreporter americana Ricky Rosen la scattò nel 1993, poco dopo gli accordi di Oslo, su commissione di un settimanale canadese che voleva esattamente quella immagine: come ha raccontato al quotidiano Haaretz, l’agenzia le aveva fatto addirittura un disegnino: doveva essere un’immagine simbolica della “strada verso la pace”. Rosen chiese al figlio di un amico giornalista, Zvi Shapiro, di fare il bambino con la kippà, mentre per il ruolo del bambino con la keffiyeh (difficile trovare un vero bambino palestinese in quel clima post-Intifada) coinvolse un amichetto di Zvi, Zemer Aloni, anche lui ebreo israeliano, ma di origini iraniane, quindi con un aspetto ritenuto “adatto”. Persino la keffiyeh era “strumentale”: Rosen la teneva sul cruscotto della sua auto durante i reportage, per precauzione contro possibili sassaiole e, peraltro, è stata fatta indossare come avrebbe fatto un anziano, non un ragazzino. Naturalmente, la fotografa rifiuta con sdegno la definizione di “falso”, preferendo considerare la sua foto “un’illustrazione simbolica di pace e coesistenza”. Ora, dopo decenni in cui le reali motivazioni e cause della questione palestinese sono state inquinate da questo genere di retorica; dopo decenni in cui viene amplificata e sostenuta la voce dell’occupante israeliano che diffonde e radica nella mente delle persone l’idea che la paura dei razzi, le fughe nei bunker, il “desiderio di sicurezza” non abbiano la loro origine nell’occupazione stessa e non solo siano paragonabili, ma addirittura equivalenti al dolore di donne, uomini e – sì – bambini, cacciati dalle loro case, costretti a demolire le proprie stesse case, a vedere sradicati i propri ulivi (spesso unica fonte di sostentamento), essere costretti ad attese estenuanti ai checkpoint, a vedere familiari, parenti, amici, terrorizzati, feriti, uccisi dai coloni o dai soldati, madri che non sanno mai se i propri figli torneranno dopo la scuola – sempre che sia loro concesso di andare a scuola, sempre che le scuole non siano state anch’esse demolite – essere colpiti dai cecchini sulle torrette, essere impediti nei movimenti da un muro di separazione, vivere in città e villaggi periodicamente devastati dai bulldozer, non avere accesso all’acqua potabile – ebbene, dopo tutto questo, continuare a diffondere immagini di

In data 2 luglio, gli Uffici Regionali Scolastici hanno ricevuto una comunicazione riservata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito con la richiesta di comunicare eventuali incontri svolti in orario scolastico con Imam e visite didattiche presso Moschee, specificando, ove possibile, il numero delle scuole coinvolte. Come mai il MIM ha diramato una richiesta di questo tenore? La risposta sta nelle due Risoluzioni, attualmente in esame della VII Commissione della Camera dei Deputati, presentate dall’on. Sasso (Futuro Nazionale) e on. Miele (Lega), riguardanti, rispettivamente, il rischio di ‘indottrinamento islamista’ e il rafforzamento delle garanzie di pluralismo nelle scuole. Pertanto, appare chiaro il fine ultimo della richiesta stessa: non, eventualmente, quello di valorizzare, e dunque rendicontare, le attività inerenti al dialogo interreligioso e interculturale, ma al contrario quello di estendere la retorica nazionalista arabofoba e islamofoba, richiamandosi alla falsa necessità di fronteggiare il pericolo di radicalismo islamista nel nostro Paese e, dunque, nelle nostre scuole. Per la rete Docenti per Gaza, questa misura rappresenta l’ennesimo attacco del MIM nei confronti della scuola pubblica, calpestando ancora una volta la Costituzione, la pedagogia, la professionalità del corpo docente, l’apprendimento delle classi e il ruolo delle famiglie. Ecco le nostre ragioni: Il censimento delle attività progettate e promosse dal corpo docente, dunque approvate dalla Dirigenza, mina la libertà di insegnamento (art. 33) e l’autonomia scolastica, operando nuovamente intimidazioni e censure; Il censimento rivolto soltanto alle attività inerenti un credo religioso calpesta gli artt. 3 e 19 della Costituzione, dove viene proclamata la libertà religiosa e il principio d’uguaglianza a prescindere dalla religione professata; Le due risoluzioni, e dunque il censimento imposto, sono in netto contrasto non solo con la Costituzione, ma anche con le Linee guida per l’Ed.Civica, che prevedono attività di cittadinanza attiva, promuovendo il dialogo interculturale; Le due risoluzioni, e dunque il censimento imposto, sono in netto contrasto con l’Agenda 2030 che, tra i suoi obiettivi primari, ha la promozione di società inclusive, frutto della lotta alle discriminazioni e della comprensione della diversità culturale. Ci preme poi ricordare la differenza di trattamento tra attività sui tre monoteismi: mentre oggi viene richiesto un censimento di matrice razzista nei confronti della religione musulmana, tacciata di integralismo e di radicalizzazione delle classi, le attività sulla religione ebraica sono invece continuamente promosse a tal punto che l’Osservatorio contro l’antisemitismo ne richiede il censimento per valutare l’azione di contrasto all’antisemitismo nelle scuole. Dunque, le attività su ebraismo e Shoah vengono promosse in ottica di dialogo interculturale, mentre le attività sull’Islam vengono considerate indottrinanti e pericolose, tradendo pertanto un preoccupante bias di matrice islamofoba e razzista. Inoltre, dobbiamo sottolineare come il consenso informato richiesto dall’On. Miele non sia però stato previsto per l’entrata nelle scuole di soldati dell’IDF e delle Comunità Ebraiche, palesemente schierate a favore della politica genocidiaria di Israele nei confronti del popolo palestinese. Vogliamo anche ricordare come il mondo cattolico nelle scuole abbia offerto il destro ad associazioni Pro Vita, come Teen Star, che diffondono un modello di educazione sessuo-affettiva erronea, improntata al mantenimento degli stereotipi di genere in ottica omobilesboatransfobica, senza tuttavia essere interessata da alcun provvedimento di censimento. E anche in questo caso, non si è mai parlato di consenso informato. Infine, vogliamo assolutamente evidenziare la vicinanza temporale di questa schedatura a quella della popolazione palestinese nelle nostre scuole: provvedimento giustificato, a suo tempo, con esigenze di accoglienza, di cui abbiamo già parlato come Rete, e di cui però non si è avuto seguito in termini didattico-pedagogici e operativo, tanto è vero che non è stato ancora presentato un piano umanitario di accoglienza di studenti provenienti dalla Palestina (come fatto per l’emergenza Ucraina), sopravvissuti/e al genocidio e alla pulizia etnica operata da Israele. Contraddittorio è, inoltre, ciò che le Istituzioni politiche promuovono esteriormente e ciò che operativamente richiedono alle scuole: mentre le Indicazioni Nazionali imposte dal Min. Valditara parlano, in merito all’insegnamento dell’Italiano, l’analisi storico-letteraria di Bibbia e Corano in ottica di dialogo interculturale, ecco spuntare l’ennesima misura razzista nei confronti della comunità musulmana in Italia. Che le Indicazioni Nazionali, dunque, rappresentino solo una mera facciata? E questo si può applicare anche alla famosa Agenda 2030, bussola socio-politica dell’Ed. Civica e della didattica in generale, ma che viene completamente slegata dal contesto reale della società: operativamente parlando, cosa sta facendo il Ministero del MIM per favorire gli obiettivi 1 (abbattere la povertà) ,4 (istruzione di qualità),5 (parità di genere),10 (ridurre le disuguaglianze) e 16 (pace, giustizia e istituzioni solide)? Nell’ordine: sta privatizzando la scuola, ingrassando le maglie della povertà; sta appiattendo la qualità dell’istruzione e dell’educazione, favorendo la professionalizzazione dell’istruzione, ormai piegata alle logiche di mercato; sta contrastando ogni disegno di educazione sessuo-affettiva, vietando al corpo docente di discutere di tematiche fondamentali e percepire urgenti dalle stesse classi, oltre a disincentivare l’uso della carriera Alias; sta discriminando la comunità musulmana, la comunità studentesca italiana (e non) con background migratorio e, in ultimo, sta stringendo sempre più partnership con aziende belliche e con l’esercito italiano, sta provvedendo personalmente nel punire e censurare docenti e studenti che hanno osato trattare il genocidio, la pulizia etnica e le politiche di apartheid in Palestina, anzi favorendo l’entrata di gruppi sionisti nelle scuole. Ci chiediamo dunque se anche l’Agenda 2030 serva per pulirsi la coscienza e offrire una facciata dipinta di stucco per coprire voragini create a forza di picconate sulle pareti del sistema d’istruzione italiano. Come Docenti per Gaza, ribadiamo che la nostra scuola deve rimanere luogo di dialogo tra culture, svincolato da stereotipi e pregiudizi. Se è vero che l’Italia è uno Stato laico, allora la politica deve rispettare ogni confessione religiosa e ha il diritto morale di insegnare alle classi la straordinaria e multiforme complessità delle società attuali. Questa misura, al contrario, comunica tutta la violenza di un sistema politico razzista, islamofobo, arabofobo e ispirato a logiche autoritarie che avremmo voluto non vedere più e che, invece, continuano a ripetersi. 14/07/2026 Nuovo attacco all’Istruzione pubblica Risorse Risorse per docenti e scuole Progetti per le scuole Segnalazione libri di testo Segnalazione censure Cos’è docenti per Gaza

Dal 28 al 30 marzo 2026 alle Fiere di Parma si terrà la EOS- European Outdoor Show: una fiera a carattere internazionale che vedrà tra gli espositori diverse armerie e fabbriche di armi e munizioni (1). Tra queste alcune vendono o producono armi e munizioni per la caccia e lo sport, ma anche e soprattutto per la guerra. Ad esempio, i marchi Beretta e Fiocchi presenti tra gli espositori a Parma compaiono nei negozi in Israele e nei territori occupati della Cisgiordania (2). La maggior parte dell’export riguarda soprattutto armi e munizioni non predisposte per lo specifico impiego militare, ma non per questo è meno grave, considerato che le armi possono essere acquistate da privati cittadini, tra cui gli stessi coloni che occupano i territori palestinesi. Ad allarmare è anche il coinvolgimento dei minori. Dalla stampa locale (3), infatti, si legge che ci sarà la possibilità di provare alcune armi in 13 linee di tiro allestite fuori dai padiglioni e che l’ingresso sarà gratuito per i minori di 12 anni. Immagini e video delle edizioni precedenti della stessa Fiera, ad esempio a Verona lo scorso anno, mostrano minori con armi in mano (4), come se fossero giocattoli. La fiera EOS, dunque, non è una semplice esposizione di attrezzatura per il tempo libero e lo sport all’aria aperta, ma una vera e propria fiera delle armi. Come Docenti per Gaza esprimiamo la nostra forte preoccupazione e opposizione a questo evento, che a nostro avviso contribuisce a quel processo di normalizzazione della guerra in atto in vari settori della società. Creare un’atmosfera di familiarità con le armi, le munizioni, l’abbigliamento militare e quant’altro, soprattutto per i minori, è particolarmente agghiacciante nel contesto attuale di conflitto globale, con il più alto numero di Paesi in guerra dopo la seconda guerra mondiale, con il genocidio in atto nei confronti del popolo palestinese e con la corsa al riarmo. Senza parlare della crescente presenza di militari nei luoghi di istruzione (5) e del recente inasprimento della repressione, del controllo e della censura. (1) Catalogo degli espositori: https://catalogue.eos-show.com/2026/IT/fratelli-tanfoglio-s-r-l_219 (2) Dossier di Altra Economia (marzo 2025): https://altreconomia.it/armi-e-munizioni-italiane-in-mano-ai-coloni-nei-territori-occupati/ (3) Articolo stampa locale sulla Fiera di Parma (febbraio 2026): https://www.parmatoday.it/attualita/Fiera-Armi-Parma-Polemiche.html (4) Articoli circa le edizioni precedenti della Fiera: https://www.youtube.com/watch?v=E1mbDZ5E_CM; https://www.repubblica.it/cronaca/2025/02/11/news/verona_fiera_armi_bambini_fucili-423995633/; https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2025/02/12/news/quei_bimbi_con_le_armi_in_mano_sconfitta_umana_e_educativa-14996832/(5) Approfondimento sulla Cultura della Difesa: https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/a-scuola-di-difesa/ skip render: ucaddon_pdf_viewer SCARICA COMUNICATO 24/01/2026 Comunicato Docenti per Gaza contro la Fiera EOS di Parma ed ogni pratica di normalizzazione della Guerra Risorse Risorse per docenti e scuole Progetti per le scuole Segnalazione libri di testo Segnalazione censure Cos’è docenti per Gaza Edit Template

Da giorni si discute di una nota dell’USR Lazio dipendente da una direttiva emanata dal Dipartimento per il sistema educativo e di istruzione del MIM; tale nota chiede una rilevazione della presenza di studenti provenienti dalla Palestina attualmente presenti negli Istituti scolastici italiani.In poche parole, viene richiesto alle scuole di riferire le generalità di ogni studente palestinese, esplicitandone il numero in ogni scuola, pubblica e paritaria.A buon diritto, la società civile ha sollevato un dubbio: che sia una schedatura su base etnica?Ci preme dunque, dopo aver consultato tutti i documenti normativi e aver ascoltato la debole difesa del ministro Valditara, dimostrare che sì, tale dispositivo costituisce un censimento su base etnica della popolazione palestinese in età scolare presente su suolo italiano.La direttiva UE e le misure pregresse per la situazione UcrainaIl ministro Valditara difende la nota, pertanto anche la direttiva emanata dal Dipartimento, riferendosi soprattutto alle misure che il ministro Bianchi del governo Draghi mise in atto per gestire la crisi umanitaria di studenti in fuga dall’Ucraina dopo l’invasione russa. Infatti, in seguito alla Direttiva UE 2001/55/CE sulla Protezione Temporanea, l’allora Ministero dell’Istruzione emanò tre circolari per far fronte a un flusso migratorio straordinario che avrebbe interessato le scuole: NOTA N.381 DEL 4/3/2022, NOTA N.576 DEL 24/3/2022 e una terza nota dell’Aprile 2022 Indicazioni operative in merito all’accoglienza scolastica per gli studenti ucraini.Le tre note si prefiggevano lo scopo di informare il personale docente riguardo l’accoglienza, giustamente spiegando la portata del trauma e dunque le misure educative necessarie, tra cui anche la redazione di PDP (Piano Didattico Personalizzato), la necessità di un supporto psicologico, linguistico e sociale. A queste note vengono anche allegate risorse utili circa la didattica, il sistema scolastico ucraino, gli eventi geopolitici ucraini e la sua storia. Insomma, un vero e proprio insieme di note volte a preparare la scuola italiana al difficile compito di accogliere persone con una storia difficile. Per la Palestina, è chiaro che non ci troviamo di fronte a uno stesso scenario: non essendoci stato alcun canale straordinario per persone profughe da Gaza e dai Territori Occupati e non essendoci stato un flusso migratorio notevole dipendente da suddetto canale, il MIM non si è comportato come il MI del 2022. Del resto, il Governo italiano stesso non ha favorito corridoi umanitari, anzi, ha continuato e continua tuttora, a finanziare Israele, responsabile del genocidio nella Striscia di Gaza. Ufficialità ed efficacia del monitoraggio di studenti provenienti dall’UcrainaIl Ministro dell’Istruzione Bianchi nel 2022 fece inscrivere all’ANS (Anagrafe Nazionale Studenti) tutt* l* studenti provenienti dall’Ucraina, tramite un monitoraggio continuo che le stesse scuole erano chiamate a svolgere sulla piattaforma ufficiale SIDI. Come mai questa misura? Perché un* studente possa beneficiare di PDP e di misure didattico-educative, occorre che sia registrato nel Paese d’accoglienza. Pertanto, non si trattava di un monitoraggio etnico, bensì di una protezione internazionale temporanea (oggi protratta al 4/3/2027) volta a garantire il diritto all’istruzione di persone minori, e non, in fuga da un’invasione bellica. Oggi, il ministro Valditara non può difendersi con le misure usate per l’Ucraina perché qui non vi è l’iscrizione all’ANS, non vi è una procedura ufficiale su SIDI, ma la mera compilazione di un Microsoft form (perlomeno, così è nella nota di novembre 2025 mandata dall’UAT Lombardia) per monitorare la presenza di studenti palestinesi.A questo proposito, emerge in maniera chiara la contraddizione insita nella richiesta, poiché, senza ulteriori specifiche, si fa riferimento a “studenti palestinesi”: in questa definizione confluiscono persone con un’esperienza migratoria completamente diversa per tempistiche, modalità e cause, e si perde il senso della rilevazione finalizzata ad attività di accoglienza e inclusione. La contraddizione: finalità inclusive eppure facoltativeLe circolari e le note emesse nel 2022 per l’Emergenza Ucraina erano, giustamente, finalizzate a supportare didatticamente le persone provenienti dall’Ucraina. Ciò che infatti si ripete spesso in tali documenti è la necessità di mettere in atto azioni di supporto didattico, educativo, psicologico, linguistico e sociale, esplicitando lo scopo di un monitoraggio così meticoloso. Non solo: sul sito del Ministero fu aperta una finestra apposita riguardante l’Emergenza Ucraina. È chiaro che per Gaza e Territori Occupati non c’è, tristemente, niente di tutto ciò.Inoltre, la nota di questi giorni non palesa alcuna finalità; non solo, il punto 4, quello deputato all’esplicitazione di risorse didattiche e azioni di supporto messe in atto dalle scuole, è FACOLTATIVO. Dunque, se Valditara parla di misure educative, come mai il punto nevralgico del form è facoltativo?E poi, che senso ha proporre un monitoraggio della popolazione palestinese in età scolare in Italia dopo due anni di genocidio? Come mai non si è fatto all’inizio? Come mai viene richiesto tramite una circolare interna rivolta ai soli Dirigenti degli UST e Dirigenti scolastici?Se lo scopo è sollecitare nelle scuole e nel personale docente la necessità di sostenere e includere studenti palestinesi e implementare azioni concrete, esso andrebbe reso esplicito attraverso circolari rivolte a tutta la comunità scolastica, affinché le intenzioni diventino un’urgenza condivisa e partecipata, professionalmente e umanamente.Una procedura esclusivamente interna, “da ufficio”, non fa altro che sostenere la tesi dell’intenzione della schedatura e non certo dell’azione umanitaria e inclusiva.Aggiungiamo anche un altro punto: forse il Ministro non sa che, al momento dell’iscrizione di persone palestinesi, nel menù a tendina degli Stati di provenienza proposti, non è presente la Palestina. Contare, dunque, il numero di palestinesi è impossibile a monte dal momento che il database ministeriale non contempla la Palestina stessa.Paragoni e giustificazioni che appaiono insufficientiAnche se può sembrare un vezzo linguistico, l’uso delle parole è importante. Mentre per l’Ucraina si parla di persone profughe, esuli, in fuga, qui si parla semplicemente di studenti. Ora, una scuola dovrebbe dare le generalità anche di chi, nato in Italia, ha origini palestinesi? Non essendoci stato un flusso migratorio dettato da un corridoio umanitario europeo e italiano, non c’è la necessità di schedare, profilare, monitorare. Attualmente sono 232 le persone in età scolare provenienti dalla Palestina, venute in Italia non di certo per misure straordinarie europee e/o italiane, ma per azioni di persone che si sono impegnate ad accogliere personalmente palestinesi richiedenti asilo. E, ovviamente, le scuole hanno già comunicato

Nei giorni 4, 9 e 10 dicembre 2025, la Relatrice speciale ONU per il Territorio palestinese occupato Francesca Albanese ha incontrato numerose scuole (un totale stimato di quasi 12 mila studentesse e studenti) per presentare il suo libro Quando il mondo dorme. Storie, parole, ferite della Palestina, e attraverso di esso presentare le storie di persone comuni – rifugiati, attivisti, intellettuali, bambini – che hanno in qualche modo segnato il suo personale cammino professionale e soprattutto umano. Sulla scia del suo primo webinar del marzo 2025, reperibile sul nostro sito, che ha riscosso grande successo, e su richiesta di numerosi docenti, abbiamo pensato di riproporre una nuova serie di incontri da remoto nell’ambito del nostro progetto “Palestina racconta”. Si spiega da sé, visto il suo ruolo nella difesa dei diritti umani, il grande valore didattico che l’incontro con la Relatrice ha avuto: alle classi, infatti, è stato possibile spiegare quanto sta avvenendo nei Territori Occupati e a Gaza dal punto di vista del diritto internazionale. La presentazione del suo libro, infatti, ci è sembrata il modo migliore per introdurre una riflessione sui diritti umani nelle classi, tema centrale nella didattica trasversale di Educazione civica. Quando il mondo dormeè un libro testimonianza in cui le parola viene data, tra gli altri, proprio a ragazzi e ragazze palestinesi, che ci spiegano cosa significhi vivere sotto occupazione e sotto i bombardamenti. Il titolo stesso rimanda all’indifferenza del mondo, soprattutto occidentale, che girandosi dall’altra parte, non tende la mano a chi è vittima della violenza di uno dei più forti eserciti al mondo. Pertanto, l’incontro di Albanese con le classi non può ritenersi strumentale a nessuna propaganda e a nessuna ideologia, come invece è stato descritto da alcuni esponenti politici, ma è funzionale all’acquisizione di informazioni e conoscenze riguardo fatti di attualità e allo sviluppo di quello spirito critico che la didattica per competenze tanto decantata ha come obiettivo.1 Come segnalato dalla scheda progetto presente sul nostro sito e condivisa con il corpo docente interessato, l’incontro si proponeva di raggiungere obiettivi quali la promozione della conoscenza della cultura e della storia palestinese, superando stereotipi e pregiudizi, stimolare e valorizzare la lettura, come valido strumento di autonarrazione e testimonianza, favorire il dialogo interculturale e la cittadinanza attiva, creando uno spazio di confronto aperto e costruttivo su temi fondamentali come i diritti umani, la decolonizzazione del pensiero occidentale, il razzismo, la resistenza culturale, la solidarietà, promuovendo il rispetto per le diversità e stimolando l’impegno civico su temi di rilevanza globale.  L’incontro, perciò, si inscrive perfettamente nella progettazione didattica delle nostre scuole, rispettando la richiesta di sviluppo delle competenze indicate dalle Indicazioni Nazionali 2012. Riteniamo che un’iniziativa come questa sia stata demonizzata da una certa parte politica che intende esercitare una censura non solo ideologica, ma di fatto applicabile a qualsiasi ambito della società civile a partire dalla Scuola e dall’Università. Infatti non è la prima volta che noi Docenti per Gaza siamo testimoni, quando non oggetto, di ingerenze e intimidazioni che si declinano con segnalazioni persino anonime agli Uffici scolastici regionali. Ci chiediamo a questo punto se chi segnala e chi accoglie le segnalazioni sia a conoscenza delle prassi condivise di progettazione didattica, della continuità didattica territoriale e dell’articolo 33 della Costituzione.  Ci chiediamo, inoltre, come sia possibile invocare il contraddittorio davanti a chi rappresenta con carica ufficiale il Diritto internazionale, e se anche in Italia stiamo assistendo alla programmatica demolizione dei principi fondanti del Diritto umanitario. Come docenti siamo consapevoli di questo rischio, siamo preoccupati per il futuro delle nostre alunne e alunni e siamo determinati a difendere i principi costituzionali oggi sotto attacco, a costruire una società dove non ci sia spazio per discriminazioni e colonialismo. Dalla nascita della nostra rete nazionale, abbiamo raccolto varie segnalazioni di docenti preoccupati del clima di censura. Questo ennesimo e ultimo caso ci mostra quello che ci aspetta se il DDL Gasparri o il DDL Delrio dovessero diventare legge. Dunque, condanniamo ogni strumentalizzazione ed esprimiamo solidarietà nei confronti di colleghe e colleghi che hanno fortemente creduto in un incontro di tale spessore didattico, i cui temi sono proprio l’educazione alla pace, al dialogo e alla giustizia, oltre che al rispetto dei diritti umani e che per questo rischiano sanzioni disciplinari ingiustificate. Esprimiamo solidarietà anche nei confronti dei/delle dirigenti, che sono il primo bersaglio di questo clima di censura. Esprimiamo solidarietà a Francesca Albanese, nuovamente sotto attacco per il suo lavoro. Infine, esprimiamo solidarietà a tutto il corpo studentesco coinvolto, sulla cui pelle viene di nuovo fatta propaganda politica e il cui diritto a un’educazione autentica viene nuovamente messo in discussione da una politica che pensa alle nuove generazioni come nuove leve da arruolare nelle guerre che verranno/vorranno.   Le Raccomandazioni del Consiglio Europeo per l’apprendimento permanente definiscono un insieme di competenze essenziali che tutte le persone dovrebbero sviluppare e per l’acquisizione delle quali la scuola è chiamata a operare. Nel quadro delle competenze rientra quella in materia di cittadinanza che comprende la conoscenza dei valori democratici, dei diritti e dei doveri civici; l’abilità di partecipare attivamente alla vita collettiva e alle dinamiche sociali; l’adozione di comportamenti responsabili e inclusivi in una società democratica. ↩︎ Comunicato di docenti per gaza sulla partecipazione delle scuole al webinar con Francesca Albanese Risorse Risorse per docenti e scuole Progetti per le scuole Segnalazione libri di testo Segnalazione censure Cos’è docenti per Gaza Edit Template

La Legge di Bilancio 2026 spalanca le porte a un grave impoverimento del tessuto socio-economico: gli interventi sui salari, a fronte sia del crollo del potere d’acquisto sia dell’inflazione, sono perlopiù insufficienti a vivere una vita dignitosa ed è la stessa classe lavoratrice a dover sostenere, a scapito del welfare, il peso dei futuri piani di riarmo elaborati in sede europea e NATO.La scuola pubblica è attaccata: è infatti prevista la riduzione diretta di circa 5.660 posti docenti e 2.174 posti ATA nel triennio 2025-2028, risparmiando sulla qualità e sulla continuità didattica e gravando ancora di più sul personale in servizio, sfruttato e spesso precario. In questo contesto di riarmo e contrazione dello stato sociale, la militarizzazione della scuola insieme alle riforme sulle Indicazioni Nazionali e la crescente repressione del dissenso seminano il terreno e preparano alla legittimazione socio-culturale del bellicismo e dell’autoritarismo. La progressiva e documentata presenza delle forze dell’ordine all’interno delle scuole, i progetti scolastici che prevedono attività coordinate con l’esercito o con industrie belliche (come Leonardo) normalizzano nelle persone giovani la cultura della guerra e della violenza, rendendola accettabile o persino spingendo alla partecipazione attiva nella produzione di armi e nella difesa. A livello governativo, le disposizioni del Ministero sulle Indicazioni Nazionali, già emanate, segnalano la conferma e il potenziamento dell’indirizzo eurocentrico, nazionalista e identitario dell’istruzione, che si vuole sempre più piegata a strumento di propaganda politica. Si desidera trasformare la scuola in un laboratorio coloniale; si tenta di normalizzare una formazione ben lontana dall’educare alla tolleranza, al rispetto del diverso, alla sua conoscenza per scardinarne gli stereotipi, alla relazione e cooperazione – un’istruzione che intreccia alleanze e non agisce sfruttamento. La comunità educante è progressivamente censurata nella propria libertà d’insegnamento e sempre più impoverita, contribuendo così a formare materialmente i presupposti culturali e umani per favorire il consenso alle politiche securitarie, nonché ai piani di riarmo in atto. A questo drammatico e pericoloso panorama si aggiungono anche le note repressive, gli attacchi censori e le intimidazioni che, dall’alto, piovono sulla scuola: ricordiamo il DDL Gasparri che vuole rendere legge le linee guida contro l’antisemitismo dell’IHRA, sovrapponendo l’antisemitismo all’antisionismo: il corpo docente rischia di non potere più contestualizzare e spiegare l’apartheid, la pulizia etnica, le deportazioni e il genocidio che lo Stato d’Israele sta perpetrando ai danni del popolo palestinese senza essere denunciato all’ufficio dirigenziale per antisemitismo, rischiando una pena dai 2 ai 6 anni ed è inoltre chiamato a fare delazioni su docenti e studenti. Il DDL Gasparri obbligherà poi il corpo scolastico a partecipare a corsi di formazione annuali su cultura ebraica e israeliana. Si conferma così, di fatto, la gravissima distorsione storica che chiede a gran voce di normalizzare ed equiparare un movimento politico, quale l’antisionismo, alla discriminazione, alle ostilità, e alla violenza contro gli ebrei in quanto ebrei – che è invece la definizione di antisemitismo. A tutto questo si aggiunge la circolare di Valditara, emanata poche settimane fa, sull’obbligo al contraddittorio nei dibattiti, istituzionalizzando una pratica perniciosa già in atto a scuola. Anche l’attacco alla formazione continua del corpo docente contribuisce a questo quadro, ricordiamo che il Ministero dell’Istruzione ha contestato i requisiti per l’accreditamento di un corso di formazione organizzato dall’ente CESTES insieme all’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole su didattica decoloniale, educazione alla pace e al dialogo, chiaramente in netto contrasto con l’agenda politica di Mattarella-Meloni. Ricordiamo gli attacchi all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, gli attacchi alla carriera ALIAS, la riforma 4+2 con cui si vogliono fare entrare le aziende nelle scuole, plasmando classi lavoratrici e non pensanti. E ancora,la riforma del Codice Etico e di Comportamento del corpo docente e, infine, le nefaste Indicazioni Nazionali e Linee Guida per l’Educazione Civica, che sottolineano il valore della patria, la superiorità culturale dell’Occidente, la figura dell’insegnante come magister e non come professionista. Abbiamo bisogno di un’educazione che sia decentrata rispetto alla declamata supremazia occidentale, alle logiche di dominio coloniale su cui è strutturata, alle narrazioni identitarie, alla paura dell’altro, alla tendenza individualista di un sistema economico e culturale che genera soggetti sempre più isolati, stanchi e insoddisfatti. Abbiamo bisogno di un’istruzione cooperativa, partecipativa, progressista, che rappresenti un baluardo di resistenza culturale e formativa contro un’economia di guerra alimentata dalle disuguaglianze e centrata sulla difesa dell’individuo e dell’identità corazzata del Paese. Abbiamo bisogno, come comunità educante, di essere riconosciuti come professionisti, come guida verso un pensiero personale critico e consapevole e non come dispensatrice di disciplina e ferreo nazionalismo. Riteniamo urgenti e necessarie misure a sostegno e a tutela della scuola pubblica: migliori condizioni materiali per i suoi dipendenti, il potenziamento delle strutture, una formazione professionalizzante dei docenti, gratuita, vigilata e aderente a standard di qualità effettivi (non affidata a università telematiche di dubbia serietà), la buona salute dell’istruzione critica delle classi, la decolonizzazione del sapere, l’educazione al consenso, all’empatia, all’antifascismo, alla giustizia ambientale, al transfemminismo, alla libertà e ai diritti che il nostro Paese ha faticosamente raggiunto. Riteniamo imprescindibile avere come obiettivi la lotta contro le disuguaglianze e le diverse forme di oppressione e prevaricazione, insegnando con intelligenza, sensibilità, dovere civico, senza mai mettere in secondo piano il rispetto per il lavoro che svolgiamo quotidianamente con serietà e professionalità: la stretta politica autoritaria che definisce il nostro governo, in pieno accordo con la tendenza globale, NON TROVA POSTO TRA I BANCHI DI SCUOLA! skip render: ucaddon_pdf_viewer Download: Comunicato 28 novembre_nazionale Docenti per Gaza aderisce allo sciopero indetto da Cobas, Usb, Sgb e Cub nella giornata del 28/11. Risorse Risorse per docenti e scuole Progetti per le scuole Segnalazione libri di testo Segnalazione censure Cos’è docenti per Gaza Edit Template

Per la liberazione del popolo palestinese, per l’embargo contro lo stato occupante d’Israele e per il sostegno alla Global Sumud Flotilla. Come insegnanti di tutto il paese riteniamo essenziale al nostro ruolo pedagogico prendere una posizione chiara e decisa all’interno delle scuole in cui lavoriamo contro il genocidio in corso e contro l’oppressione coloniale israeliana. Pratichiamo una didattica orientata alla decolonizzazione del sapere scolastico: rifiutiamo ogni tentativo ministeriale di esasperare l’eurocentrismo delle Indicazioni nazionali che spinge ai margini i popoli assoggettati e oppressi. Riteniamo necessario alimentare lo spirito critico del corpo studentesco affinché la ragione sia coltivata come strumento di resistenza a ogni forma di oppressione e deumanizzazione. L’atroce regime d’occupazione ha preso di mira la cultura e l’istruzione in Palestina: ad oggi dal 7 ottobre sono state registrate 18592 vittime tra bambini, bambine e adolescenti nella Striscia di Gaza, 210 in Cisgiordania – senza contare i corpi dispersi tra le macerie. Più di 500 le strutture scolastiche e universitarie parzialmente o totalmente distrutte. È parte essenziale della strategia coloniale sin dalla Nakba e fondazione dello stato d’Israele: impedire la trasmissione del sapere, obbligare il popolo palestinese oltre che alla fame anche all’ignoranza per annullarne le difese cognitive e dominarlo più agilmente, farne perdere la tradizione culturale per spogliarlo della propria memoria e sfocarne l’identità perché si perda nella storia. Ma il popolo palestinese fieramente resiste e difende la propria alfabetizzazione e conserva la propria identità rispondendo all’occupazione oltre che con le armi, anche con la ragione, con la cultura, con l’educazione. Come docenti in Italia, non possiamo rimanere indifferenti a tutto questo. La nostra rete nasce per alimentare una risposta dell’istituzione scolastica nel nostro paese allo scandalo di cui siamo giornalieri testimoni, a fronte di un assordante silenzio e una crescente repressione da parte degli organi ministeriali ma anche di dirigenti e collegi docenti. Mettiamo dunque in pratica forme di resistenza culturale all’interno delle strutture in cui lavoriamo, presentiamo a studentesse e studenti la pulizia etnica, l’apartheid e il genocidio del popolo palestinese nella loro verità storica, lasciando parlare le fonti e i testimoni dell’oppressione, educhiamo i giovani all’empatia e allo sguardo critico contro l’individualismo sfrenato, il razzismo e l’identitarismo che fungono da roccaforti globali del massacro in corso. Continuiamo a difendere il valore di quel ‘mai più’ che ci era stato insegnato e che continuiamo a insegnare. Siamo tutti chiamati a prendere parola contro la riproposizione delle tragedie storiche: se le portiamo in classe non lo facciamo per gusto enciclopedico ma per insegnare a riconoscerle nel presente, a combatterle e a vigilare pertanto sui valori di autodeterminazione, libertà, resistenza – convinti che la pace non possa esistere senza giustizia. Rifiutiamo quindi tutte le forme di censura e repressione che abbiamo subìto e che stiamo subendo. Non possiamo tollerare che genocidio e pulizia etnica vengano etichettati come argomenti divisivi, rifiutiamo l’imposizione di contraddittori rispetto alle testimonianze della brutale oppressione coloniale che da più di settant’anni si abbatte sul popolo palestinese e ci rifiutiamo di evitare l’argomento all’interno degli organi collegiali – come intimatoci dagli Uffici Scolastici Regionali. Consci che il primo ostacolo all’abbattimento di questo muro di silenzio che grava all’interno delle scuole sia la paura di esporsi in un contesto in cui spesso a essere critici si è soli, invitiamo tutto il corpo docente con cui entriamo in contatto di prendere parola e a nominare nelle proprie classi i crimini e le violazioni dei diritti di cui si sta macchiando lo stato israeliano. Invitiamo inoltre a contattarci e partecipare alle nostre iniziative per costruire insieme progetti didattici e alleanze per decolonizzare il sapere e portare la Palestina nelle scuole fino al giorno della sua liberazione. 02/12/2025 Docenti per Gazapartecipa allo sciopero generale del 3 ottobre​ Risorse Risorse per docenti e scuole Progetti per le scuole Segnalazione libri di testo Segnalazione censure Cos’è docenti per Gaza Edit Template

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